RUBRICA “Custodi di un fuoco” / Il presbitero e la sua natura comunionale

Settembre 2026

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La rubrica “Custodi di un sogno”, a cura di don Mario Gullo,  propone ogni settimana una riflessione sulla spiritualità del presbitero e del Popolo di Dio che approfondisce la vita della Chiesa alla luce del Concilio Vaticano II



Continuiamo a parlare della spiritualità diocesana all’interno del presbiterio.

Il popolo di Dio tende a incarnare il modello di vita cristiana che gli viene offerto. Ad esempio, il successo dei movimenti nel dopo-concilio dipende anche dalla debolezza della proposta cristiana formulata dalle Chiese locali. Anche se oggi molti battezzati hanno maturato profonda consapevolezza della vocazione universale alla santità e non pochi laici – tanto come singoli che in forme associative – partecipano alla missione della Chiesa, questi percorsi di coscientizzazione e di responsabilizzazione passano pur sempre attraverso il servizio dei ministri ordinati i quali, come si sa, hanno acuta coscienza del loro stato, non fosse altro che per la formazione che hanno ricevuto di mediatori di salvezza in quanto agiscono in persona Christi.

Sono cresciute così esponenzialmente le obiezioni sulla definizione del presbiterio come corpo. Sotto molti aspetti, esse sono il riverbero della formazione individualistica che ha plasmato generazioni di preti tridentini e ancora è largamente praticata nei seminari. Quel modello di prete ispirava un esercizio del sacerdozio tutto declinato sulla cura d’anime, legava il prete alla comunità cui veniva assegnato, e lo impegnava nell’adempimento personale di una vocazione-missione vissuta in proprio, con un legame molto labile con il Vescovo e con gli altri preti. Su questo modello è stata costruita la spiritualità del prete diocesano come santificazione mediante l’esercizio santo del proprio ministero.

Oggi da più parti, contro quella impostazione, si invoca la vita comune dei preti. Più di qualche esperienza di comunità viene tentata, quasi fosse il rimedio per la crisi che sembra investire il sacerdozio. A questi sforzi e tentativi deve andare tutto il rispetto, anche se a volte è forte l’impressione che si tratti solo di forme di compensazione alla solitudine o alla fragilità delle motivazioni, o una sperimentazione che ancora non risponde a criteri solidi e condivisi.

Nella linea delle motivazioni va invece sottolineata con forza la natura comunionale del presbiterio.

Essa non è una forza psicologica, né sociologica, ma sacramentale ed ecclesiale: il sacramento dell’ordine costituisce i ministri ordinati di una data Chiesa in una fraternità che, per quanto di natura ministeriale, non è solo funzionale.

Quanti vi appartengono sono realmente costituiti in un vincolo permanente di unità che, per dirla con il Vangelo, non dipende «da carne e da sangue, ma da Dio» (Gv 1,13). In sintesi, tale fraternità non dipende, anzitutto, da una decisione dei membri che la compongono né consiste nella scelta di accogliersi e amarsi. Molto più alla radice, l’unità esiste prima e anche a prescindere dalla sua attuazione. Come l’unità della Chiesa-corpo di Cristo sta prima della decisione dei battezzati di vivere la carità, così la comunione presbiterale non può consistere nella capacità dei presbiteri di stare insieme: è dono di Dio. Esso, in quanto tale, precede sempre la decisione dell’uomo ed esiste anche se l’uomo lo dimentica o lo contraddice. Come a dire che l’unità del presbiterio come corpo è data prima della decisione dei suoi membri di vivere relazioni di fraternità ed esiste anche in una situazione di mancata comunione.

È il fatto di essere costituiti corpo che rende possibile la comunione del e nel presbiterio, mai viceversa.

«I ministri ordinati sono plasmati dall’esercizio stesso di ciò che essi sono; il ministero è locus pedagogicus» (Marco Paleari).

Affermare però che l’unità del presbiterio non è primariamente una responsabilità dei suoi membri, ma un dono di Dio, non giustifica il disimpegno. Come per tutti i dinamismi della grazia, anche qui il dono fonda la responsabilità e il compito: l’unità è tanto dono di Dio quanto compito dell’uomo.

D’altronde, è la stessa idea di Chiesa-corpo di Cristo che indirizza in tal senso: come la Chiesa non è la somma dei battezzati, ma il corpo di Cristo, e tuttavia questo corpo non è altro dall’insieme dei membri che lo compongono, allo stesso modo il presbiterio è sempre prima e più della somma dei suoi membri, e tuttavia risulta di questi membri, ha il volto storico di quanti ne fanno parte – e anche di chi non ha voluto più farne parte, ma è costituito nel sacerdozio secondo questa precisa identità e appartenenza ecclesiale -, tutti con la loro storia, la loro vita, il loro ministero.

Per tale motivo l’unità dei presbiteri tra loro e con il vescovo non è un optional: è, piuttosto, la conditio sine qua non dell’appartenenza al presbiterio, che viene prima del ministero e specifica l’identità presbiterale tanto quanto, se non più, del ministero stesso.

È sotto questo aspetto della communio, anche presbiterale, che si gioca molto del futuro di una Chiesa post-conciliare che è chiamata a tradurre finalmente in atto quell’ecclesiologia di comunione indicata come eredità del Concilio.

Non dimentichiamo che la realtà del presbiterio è di natura “graziosa”: «Prima di tutto questa comunione è dono. Essa non si fonda sui nostri sforzi di collaborazione pastorale e nemmeno sul sincero desiderio di amicizia. Queste cose sono importanti, dobbiamo sempre riproporcele. Ma la comunione di cui parlano gli Atti degli Apostoli (At 2,42) e la prima Lettera di san Giovanni (1 Gv 1,3.6.7), quello stare insieme (At 1,14; 2,46; 4,54; 5,12; 15,25) così caratteristico della primitiva comunità, è dono di Dio, è il nuovo modo di essere che ci viene dall’alto. È la partecipazione che Dio ci dà del suo misterioso “essere insieme” nella Trinità. È la partecipazione, per grazia, dell’essere insieme che lega Gesù ai suoi discepoli, chiamati “per stare con lui” (Mc 3,14). […] In questo contesto va dunque letta la nostra fraternità presbiterale: essa si attua attraverso la grazia tipica del sacramento dell’ordine e per l’imposizione delle mani del Vescovo che ci rende “servitori di comunione”, fino a diventare “esperti di comunione”» (C.M. Martini, «La nostra comunione presbiterale. Lettera al clero per il Giovedì santo», Rivista Diocesana Milanese 72 (1981) 472).

 

don Mario Gullo

 

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3 Settembre 2026
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