RUBRICA “Custodi di un fuoco” / i presbiteri parte di un unico corpo

Agosto 2026

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La rubrica “Custodi di un sogno”, a cura di don Mario Gullo,  propone ogni settimana una riflessione sulla spiritualità del presbitero e del Popolo di Dio che approfondisce la vita della Chiesa alla luce del Concilio Vaticano II



Abbiamo già visto, nel contributo precedente, come il presbiterio sia uno dei soggetti privilegiati della Chiesa locale.

Mi rendo conto che potrebbero nascere delle obiezioni su quanto ho affermato circa il presbiterio «non come somma dei preti che il vescovo ha a disposizione per servire la sua Chiesa, ma come un corpo, nel quale i presbiteri sono membra gli uni degli altri».

Credo, anche, che possa essere contestata la trasposizione di un’immagine neotestamentaria applicata alla Chiesa (cf 1 Cor 12,12-27; Rm 12,4-5; Ef 4,4-6) per descrivere un gruppo di persone che Chiesa non è (a meno di ritornare a una figura clericale di Chiesa).

Sebbene si tratti di opinioni teologiche, per quanto mi riguarda è giustificato qualificare il presbiterio come un corpo, con tutte le implicazioni che ne conseguono.

Non tanto o non solo perché il termine indica un insieme di persone che svolgono la medesima funzione – sarebbe ben poca cosa che si intendesse il presbiterio in analogia, ad esempio, al corpo scolastico dei docenti! – ma perché queste persone sono unite da vincoli tali che li costituiscono in una condizione di unità che è ben espressa dall’immagine neotestamentaria.

Per convincersene basterebbe verificare le condizioni di accoglienza e assunzione nel presbiterio.

La lex orandi illumina la lex credendi. Con il Rito di Ordinazione il presbitero entra a far parte di un gruppo che gli preesiste, costituito in legami di “vera fraternità” in forza del sacramento dell’ordine.

Tali legami non sono generici, ma si specificano nell’appartenenza a una Chiesa, nella relazione di obbedienza al Vescovo e ai suoi successori.

Nei due gesti dei presbiteri durante la liturgia di ordinazione si lasciano trasparire questi significati:

  • stendere la mano durante l’invocazione allo Spirito
  • imporre le mani sul capo dell’ordinando.

Che non sia un’appartenenza di tipo unicamente sociologico (come lo è ogni immissione in un coetus) lo dimostra anche l’affermazione tradizionale che il sacramento dell’ordine conferisce il carattere. A seguito di tale analogia si potrebbe stabilire il seguente parallelismo: al pari dell’uomo che, innestato in Cristo, diventa un membro del suo corpo che è la Chiesa, l’ordinando, configurato a Cristo-capo per il servizio al popolo di Dio, entra a far parte di quell’organismo che è il presbiterio.

Come la Chiesa che non è la somma dei battezzati, ma il corpo di Cristo, di cui ogni battezzato è membro, anche il presbiterio non è la somma dei presbiteri, ma un soggetto in sé stesso completo, un “corpo” appunto, nel quale i molti membri sono parte gli uni degli altri.

Ciò non contraddice o nega il fatto che il ministero ordinato abbia carattere funzionale, quasi che questo conduca a immaginare un presbiterio fondato su legami solo estrinseci, derivanti dal fatto di svolgere lo stesso ministero, in ultima analisi lo stesso mestiere!

Il sacramento dell’ordine sta al fondamento di un’unità che si può ben dire – se questo termine ha ancora un qualche valore in una teologia anch’essa funzionale – “ontologica”.

Giovanni Paolo Il nella Pastores dabo vobis sembrava intendere questo, quando diceva che il presbiterio è un mysterium, vale a dire «una realtà soprannaturale, perché si radica nel sacramento dell’Ordine» (Pastores dabo vobis 74).

Un’interpretazione estrinseca del presbiterio come la somma dei preti che appartengono a una diocesi sarebbe plausibile se si parlasse di appartenenza a un coetus di uguali.

I membri dell’ordo presbyterorum, invece, diventano presbiterio solo nell’unità con il Vescovo, che è principio di unità del suo presbiterio, come lo è della sua Chiesa. Tant’è che i presbiteri tra loro si chiamano confratelli e non, in modo errato e grossolano, “colleghi”.

Interessante è darci la possibilità di stabilire la seguente analogia: come la Chiesa locale è veramente la Chiesa una, santa, cattolica, apostolica in forza della presenza e del ministero apostolico del Vescovo, e tutti i battezzati che vi appartengono «sono un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, sono membra gli uni degli altri» (Rm 12,5), allo stesso modo il presbiterio intorno al Vescovo come principio di unità è un solo corpo in Cristo di cui i presbiteri sono le molte membra.

La comunione tra i presbiteri e l’unità del presbiterio (intesa come unità con il Vescovo e unità dei presbiteri tra di loro), quindi, non è tanto una condizione buona per svolgere meglio il ministero e servire più fruttuosamente la Chiesa, ma la conditio sine qua non del ministero presbiterale.

Così è indicata anche la condizione essenziale per l’edificazione della Chiesa locale e, quindi, la priorità per la vita di ogni battezzato che vi appartiene e di ogni prete che la serve: la comunione ecclesiale, che sul piano del ministero ordinato esige anche la comunione presbiterale.

Non dovrebbe apparire un assurdo affermare che la mancanza dell’unità nell’esercizio del servizio ministeriale è in contraddizione con la natura stessa del presbiterio, oltre che della Chiesa stessa, e ha come esito la mancata o faticosa crescita delle Chiese locali e, in esse, delle comunità cristiane. Un’ultima sottolineatura interessante è notare che i documenti del Concilio Vaticano II, in particolare il decreto Presbyterorum ordinis, non si esprimono parlando del presbitero al singolare ma al plurale.

Questo cambiamento terminologico non è casuale. Ciò significa innanzitutto che il ministero presbiterale, in quanto parte di un “corpo”, non è un compito individuale ma comunionale: «il ministero ordinato ha una radicale “forma comunitaria” e può essere assolto solo come “un’opera collettiva» (Pastores dabo vobis 17).

Il presbitero deve necessariamente pensarsi al plurale: non come un “io”, ma come un “noi”, all’interno del soggetto collettivo che è il presbiterio.

Come affermava sapientemente Ignazio di Antiochia rivolgendosi ai cristiani di Magnesia: «Non cercate di far passare per buono ciò che fate in privato e per conto vostro, ma preferite la forma comunitaria». Tutto questo significa che è meglio un solo passo fatto insieme, che cento passi fatti da soli.

Nessuna diversità di età, cultura, opinioni o vedute potrà mai attenuare, e tanto meno annullare, l’unità del ministero ordinato e del riferimento alla figura del Vescovo.

Per dirla con il detto di roncalliana memoria, ciò che unisce è sempre più importante di ciò che divide.

«Il diavolo non ha paura di chi digiuna, fa le veglie e pratica la continenza, poiché ha tratto molti di costoro nel laccio della perdizione. Ma quelli che vivono nella concordia e in modo fraterno nella casa del Signore, questi infliggono al diavolo dolore, timore e livore. Questa unità della moltitudine non solo tormenta il demonio, ma ottiene anche il favore di Dio». (S. Bernardo, Sermone In Adventu, 4-5)

Tale specificità della spiritualità diocesana dei presbiteri che raccomanda lo stile comunionale merita una riflessione e un discernimento ben diversi di quanto ne abbia ricevuta fino ad ora.

Prova sono il diffuso individualismo pastorale, l’isolamento esistenziale, la percezione che diversi presbiteri diocesani si rivolgono altrove (Movimenti, Istituti religiosi o secolari ecc.) alla ricerca di ciò che dovrebbero trovare nel loro presbiterio.

Fare spesso incontri e riunioni è bene, ma conta soprattutto essere uniti. A riguardo una volta un anziano padre religioso mi pose una simpatica domanda che porto sempre con me: “Il Signore, quando tornerà, troverà i preti uniti o riuniti?

don Mario Gullo

 

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26 Agosto 2026
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