Riflessione / “nota dogmatica” a margine (del giorno dopo) dell’Assunzione di Maria

16 agosto 2026

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«Nulli ergo hominum liceat paginam hanc Nostrae declarationis, pronuntiationis ac definitionis infringere, vel ei ausu temerario adversari et contraire» (Pio XII, Const. apost. Munificentissimus Deus qua fidei dogma definitur Deiparam Virginem Mariam corpore et animafuisse ad caelestem gloriam assumptam, 1 novembris 1950: AAS 42/1950).

Maria Assunta in cielo, la vera "Arca dell'Alleanza" - Parrocchia San Bernardino

Nelle ultime frasi della Costituzione Munificentissimus Deus, con cui il Papa Pio XII dichiarava il dogma dell’Assunzione di Maria, nel 1950, è presente la frase appena riportata, il cui tono non è di certo conciliatorio. In italiano suona così: «A nessuno dunque sia lecito infrangere questa Nostra dichiarazione, proclamazione e definizione, o ad essa opporsi e contravvenire». A questa, si aggiunge il rafforzativo della conclusione: «Se alcuno invece ardisse di tentarlo, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati apostoli Pietro e Paolo» (Ivi) .
Sono parole poco meno che ottantenni, eppure sembrano appartenere ad un mondo estremamente lontano, evanescente, inesistente nell’immaginario attuale.

In effetti, la rilevanza del dogma s’infrange con la barriera della libertà personale, vera o presunta che sia.

70° anniversario della proclamazione del dogma dell'Assunzione

La presunta indignazione dei santi Pietro e Paolo potrebbe al massimo suscitare una risata. Ma perché? Perché solo ottant’anni fa queste parole dure avevano un senso e valeva la pena celebrarle e oggi, invece, sembrano essere il residuo di un oscurantismo che l’accelerazione di questi anni ha cancellato?
Molti studi storico-sociologici della fine del secolo scorso e di questo ventennio hanno posto l’attenzione sulla forte contrazione del tempo che il Novecento avrebbe preparato e cominciato.
Infatti, se si pensa ad alcune grandi opere di carattere storiografico come The Age of Extremes: The Short Twentieth Century, 1914-1991 (in italiano: Il secolo breve,1914-1991: l’era dei grandi cataclismi) di Eric Hobsbawm, sembra emergere l’idea che il secolo scorso sia stato il teatro di una contrazione del tempo tale da guadagnarsi l’appellativo di «secolo breve».

I grandi rivolgimenti, le discontinuità, comportano sempre almeno l’impressione di un’accelerazione del tempo, in cui molte cose non restano uguali a se stesse. Agli inizi dello stesso Novecento, un concetto parallelo è stato prospettato anche da Max Weber riguardo al sacro. Egli leggeva, nel processo di razionalizzazione del mondo che ha formato l’Occidente moderno, una contrazione-schiacciamento del tempo sul presente, che avrebbe inevitabilmente determinato l’inutilità della trascendenza (M. Weber, Wissenschaft als Beruf, in Geistige Arbeit als Beruf: Vier Vorträge vor dem Freistudentischen, Verlag von Duncker & Humblot, München und Leipzig 1918).

BUONA FESTA DI MARIA ASSUNTA IN CIELO - BLOG DI P.LIVIO DIRETTORE DI RADIO MARIA

Cosa hanno in comune le contrazioni temporali che riguardano rivoluzioni e rifiuto della trascendenza? Il presente.

Se, per evidenti ragioni, è facile comprendere che il presente scalza la trascendenza, che per contro ha il sapore dell’eternità e dell’attesa dell’Oltre, forse il collegamento con le rivoluzioni culturali e politiche non è così evidente.
Quando avviene un cambiamento che assume le proporzioni di un’interruzione di continuità,
generalmente un bisogno diventa talmente riconosciuto e condiviso da esigere lo strappo con ciò che c’era prima. Così è per i processi che chiamiamo «rivoluzioni». Solo che il discontinuo non è fine a se stesso, bensì è funzionale allo stabilimento di un nuovo ordine che ne soddisfi l’esigenza. Pertanto, il denominatore comune è sempre la ricerca di un punto omega presente sia soggettivamente sia oggettivamente.
Ma, a ben vedere, nel Secolo Breve è cominciata una nuova fase che differenzia i rivolgimenti attualida quelli del passato più remoto: la consapevolezza che lo stesso presente non basta a sé e che necessita di una maggiore estensione, che non è soluzione di continuità, ma discontinuità in soluzione.

Insomma, si tratta dell’idea che nulla è immutabile e che niente dura per sempre.

È lo spasmo prolungato di un presente che, a sua volta, ha mille facce. Una di queste è quella di presente esteso “garante” della libertà soggettiva, il cui mantra è: nessun cambiamento è impossibile, figuriamoci un dogma.
Fin qui, si potrebbe obiettare, nulla di nuovo. E in effetti è vero: si fa un gran parlare del presentismo.
Si tratta della continua lamentela degli insegnanti, che rilevano un crescente disorientamento circa le coordinate storiche e incolmabili difetti nel ragionamento logico-causale degli alunni, oltre che nella condotta. È la tristezza degli anziani, trattati come motori di auto in via di rottamazione, ma che in periodi di povertà come questo si stirano fin quando non arriva inesorabile la sfasciacarrozze. È il disincanto dei preti che speravano invano di offrire la propria giovinezza e le proprie forze per far conoscere un’eternità i cui frutti non sono riconosciuti. È il senso di colpa dei genitori che avvertono il proprio limite dinanzi allo strapotere dei chatbot che educano i figli più efficacemente di loro (bene o male poco importa, qui il punto è l’efficacia). Cosa fare? Molto probabilmente, non esiste una “ricetta” universale, ma sicuramente bisogna ricalibrare la domanda, piuttosto che cercare altre risposte alla medesima.

Maria assunta in cielo segno di speranza - Riflessione su: Umanesimo Cristiano - Tommaso Stenico

Allora, al netto della confusione che genera l’idea del moto accelerato, siamo certi di essere di fronte a rivolgimenti, a cambiamenti continui, a veri schiacciamenti sul presente?
Se si penetra in profondità questo movimento senza posa, garantista e spietato, è possibile notare che il cambiamento non è poi tanto uguale a sé. L’espressione del celebre romanzo Il Gattopardo, pronunciata da Tancredi, nipote del “Gattopardo”, «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi» (G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo. Feltrinelli, Milano 2002) è paradigmatica.

Solo un occhio sufficientemente capace riesce a comprendere che i processi che sovente si definiscono “discontinuità”, in realtà, sottendono un “continuo” e che le accelerazioni sul presente presuppongono un passato che rigurgita in avanti.

L’orientamento delle scelte personali e collettive sembra rivolto ad un «non ancora» che è un «già».
È vero che il cambiamento in genere e i cambiamenti che hanno formato il mondo che conosciamo sono altamente disorientanti, ma non vi è quasi mai una serendipità nell’ambito di paradigmi culturali e politici che possa dirsi vera fino in fondo. A limite, si verificano più inattesi da ignoranza che reali.
Sembrerà paradossale, ma anche le rivoluzioni liberali, di per sé, spesso risultano funzionali all’assoggettamento dei più deboli, in quanto presuppongono solo la transizione dell’esercizio del potere, che nella sua sostanza resta immutato.

È ciò che prospettava, con le dovute problematicità e distinzioni, lo stesso antistatalismo marxiano (K. Marx, Critica al programma di Gotha. E testi sulla transizione democratica al socialismo, a cura di Umberto Cerroni, Editori Riuniti, 2021).

Oggi, pure l’allarme sulla risurrezione di un pensiero nazionalista, di intolleranza e violenza, in realtà, è la luce su una chimera con la quale si è convissuto allegramente per decenni e che giunge a forme manifeste abbastanza mature per un consenso politico autonomo.
Basti pensare che i giovani, la gioventù del presentismo e del consumo, oggetto delle lamentele di
tristezza e disincanti vari, ha trovato un proprio universo-rifugio nel digitale, in molti casi a causa di incomunicabilità intergenerazionale, che in linguaggio comune si traduce con «mancanza di riferimenti».

Naturalmente, non è universalmente così, ma è pure evidente che una grossissima
percentuale di generazioni “mature” in Italia e in Europa è effettivamente incapace di orientarsi nel mondo delle essenziali coordinate storiche, di pensiero logico ed educative (Si veda la voce “Sindrome Italiana”, dal capitolo «La società italiana al 2024» del 58° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, in https://www.censis.it/sindrome-italiana-2/) tanto quanto le “nuove”, ma con l’aggravante che parecchi soggetti sono analfabeti digitali e talvolta funzionali.

Dogma | La Civiltà Cattolica

Sembra analogo il discorso sulla libertà personale. Si proclama il principio di autodeterminazione “in etichetta” e cresce esponenzialmente l’intolleranza sul suo connotato primario: la libertà di parola; ciò a causa della difficoltà manifesta a discernere la differenza tra mancanza di rispetto e totalitarismo delle idee.

Insomma, cosa fare? Rideremo sulla pretesa di immutabilità del dogma? Può darsi. Ma, a conti fatti, di chi è più ragionevole fidarsi?

Di certo è più sensato agire secondo un Dio che secondo un moto illusorio. Anche qualora non esistesse, se non solo nella nostra mente, indubbiamente si tratterebbe di un’idea più affidabile. E, anche ammessa l’esistenza, di quale Dio parliamo, di quello dei dogmi coerenti e immutabili promossi da una Chiesa che in larga misura è tutto il contrario? Sì, perché forse
questo è veramente inaspettato e, perciò, trascendente: che Dio possa dirsi nelle povere forme di una realtà finita e misera, un «non ancora» veramente senza «già», una speranza che l’uomo non ricava dalla propria capacità e che, da solo, non avrebbe neanche mai potuto immaginare.

In fin dei conti il problema è proprio questo: che un dogma è vincolante in forza della sua
irriducibilità (L’espressione riprende, seppure “impropriamente”, le posizioni di Karl Barth sulla Teologia Naturale in Karl Barth, Kirchliche Dogmatik, 4 voll., Ev. Verlag, Zürich 1953) e questo è paradossale, sub-contrario nel vero senso dell’espressione.
Molto probabilmente, uno dei pochi appigli che restano ancorati e validi allo sforzo umano è la
richiesta di autenticità; infatti, nonostante la rivelazione trascendente non si arresti – e lo stesso vale per la comprensione immanente, il dogma autodenuncia, già nella formulazione, la propria pretesa di immutabilità e non fa sconti né alla ragione né alla morale, fugando ogni possibilità di “presa in giro” (questa idea è ripresa dal pensiero di Romano Guardini, chiarito dallo stesso autore nello scritto Die Aufgabe der Theologie, in Stationen und Rückblicke, Werkbund-Verlag, Würzburg 1965).

 

dott. Francesco Leonardi 

Teologo

Università di Catania

Buber-Rosenzweig Institut – Frankfurt am Main

Studio Teologico San Paolo di Catania



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16 Agosto 2026
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