RUBRICA “Custodi di un fuoco” / Il cammino nello Spirito della Chiesa particolare  

13 agosto 2026

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La rubrica “Custodi di un sogno”, a cura di don Mario Gullo,  propone ogni settimana una riflessione sulla spiritualità del presbitero e del Popolo di Dio che approfondisce la vita della Chiesa alla luce del Concilio Vaticano II



Se si desidera esaminare l’insieme dei soggetti che entrano nella spiritualità diocesana, non si può prescindere dai presbiteri che il Concilio definisce collaboratori e cooperatori del vescovo (cfr Lumen gentium 28 e Presbyterorum ordinis 2.4.7).

La scoperta della spiritualità diocesana dipende, in buona sostanza, dalla riflessione sulla spiritualità del prete diocesano.

Gli anni ‘80 conoscono ripetuti interventi sull’argomento: basti pensare al volume a cura di F. Brovelli e T. Citrini, La spiritualità del prete diocesano (Milano 1990,), che raccoglie gli atti dei seminari e dei convegni tenuti sul tema nel decennio 1979-1989, o agli interventi, soprattutto di padre F. Scalia, sulle pagine di Presbyteri.

La richiesta nasceva in risposta a un fenomeno molto avvertito in quegli anni e presente ancora oggi che pone una questione di fondo non irrilevante: perché mai tanti preti diocesani avvertono il bisogno di coinvolgersi nella spiritualità di ordini religiosi o di movimenti ecclesiali per vivere la loro vocazione e il loro ministero?

L’idea che sta a monte è che non esiste una spiritualità del prete diocesano il quale, per vivere un’intensa vita spirituale deve prendere in prestito una spiritualità (benedettina, francescana, focolarina, neocatecumenale ecc.) per innervare la vita sacerdotale e sfuggire l’aridità della cura d’anime!

La questione è di identità. La teologia del ministero ordinato oggi continua a dibattersi nella ricerca di una figura di prete adeguata ai tempi che viviamo. Ma non si potrà pervenire a un consenso intorno al ministero se non si risolve, più a monte, la questione del modello di Chiesa che siamo chiamati a incarnare, in linea con l’eredità del Concilio.

A questo proposito, per la definizione di un’identità del prete diocesano non è stata certo di aiuto la debolezza delle Chiese particolari che, a tutt’oggi, sembrano ancora lontane dal ruolo che ha loro assegnato il Vaticano II e continuano a dibattersi in un deficit di identità e di protagonismo che certamente nuoce alla fecondità della vita cristiana, oltre che alla presenza della Chiesa nella storia. All’interno di questa situazione ecclesiale assai complessa e faticosa era andata delineandosi l’idea che la sostanza della spiritualità del prete diocesano consistesse nel ministero stesso e nel suo esercizio fedele. Ma è progredita anche la consapevolezza che il discorso sul presbitero diocesano e sulla sua spiritualità si può delineare solo nel quadro della Chiesa particolare alla quale appartiene e nella quale esercita il suo ministero a favore del popolo di Dio.

Di qui alla configurazione di una spiritualità diocesana il passo è breve: esiste un cammino nello Spirito della Chiesa particolare che può essere definito, a tutti gli effetti, spiritualità diocesana. Di questa modalità originale di vita cristiana che una Chiesa particolare esprime è parte anche il presbitero il quale, peraltro, la vive a doppio titolo. Prima di tutto con l’incardinazione. Attraverso di essa egli appartiene a quella Chiesa come ministro ordinato, ma anche come battezzato. Come battezzato egli è chiamato a manifestare la forma concreta di vita cristiana che si incarna nella Chiesa a cui appartiene. Questo vale quando il presbitero è nato nel territorio della diocesi e ha respirato da sempre quell’identità ecclesiale ma anche quando proviene da “fuori” ed è incardinato al presbiterio.

In questo caso dovrebbe essere cura del Vescovo indirizzare a una vera e propria “inculturazione”, tanto più necessaria se l’esperienza cristiana da cui il candidato al presbiterato proviene è estranea al profilo della spiritualità diocesana.

Non che siano impossibili innesti di altre sensibilità ecclesiali: ma queste devono essere fatte con tanta più cautela, quanto più risultano distanti dalla tradizione della Chiesa locale. Lo stesso discorso vale per le spiritualità di ordini religiosi o di movimenti che il presbitero abbia abbracciato, le quali non devono mai sostituire o sfigurare l’identità di una Chiesa che è consapevolmente tale quando custodisce la memoria delle sue origini e a questa luce sviluppa il suo cammino nella storia.

Il Presbitero, come ministro ordinato, è chiamato a servire quella Chiesa. Servizio che si manifesta anzitutto nella sua dedizione o meglio dedicazione alla Chiesa stessa.

Lo statuto dell’Unione apostolica del clero, ad esempio, si esprime con chiarezza, facendo della spiritualità diocesana la sua scelta programmatica: «L’Unione apostolica del clero invita i suoi membri a vivere il sacramento dell’Ordine attraverso la spiritualità, ossia l’esperienza e il cammino nello Spirito, della Chiesa particolare in cui sono incardinati, con la convinzione che nell’appartenenza e dedicazione alla propria comunità diocesana trovano una fonte di comprensione della loro vita e del loro ministero» (Statuti 5).

Da questa dedicazione alla Chiesa particolare nascerà l’impegno forte e intelligente di ciascun presbitero a promuovere la spiritualità diocesana come forma incarnata della vita in Cristo che prolunga tra la gente la presenza di Cristo e della sua Chiesa.

Ciò fa sì che l’aggettivo “diocesano”, accanto al sostantivo “presbitero”, non sia solo per differenziarlo dai religiosi ma connotante la sua spiritualità, chiamato e ordinato all’interno di una Chiesa particolare per portare frutto alla maniera di Cristo. 

don Mario Gullo

 

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13 Agosto 2026
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