RUBRICA “Custodi di un fuoco” / il vescovo “necessario”: principio di unità per la sua Chiesa

Luglio 2026

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La rubrica “Custodi di un sogno”, a cura di don Mario Gullo,  propone ogni settimana una riflessione sulla spiritualità del presbitero e del Popolo di Dio che approfondisce la vita della Chiesa alla luce del Concilio Vaticano II



Se, per un verso, la spiritualità diocesana, dipende dal passato della Chiesa locale, con la sua storia e la sua tradizione, per l’altro è determinata dal suo presente. Che valore avrebbe la maestosità di una cattedrale vuota? O una Chiesa che non veda la presenza di comunità vive? A cosa servono i Santuari trasformati in mete da pic-nic?

Il passato ha un valore per quanto è capace di illuminare e innervare il presente, di suscitare un senso di identità in quanti appartengono a questa chiesa, i quali sono provocati a raccogliere quella storia come un’eredità preziosa e a ripensarla, rilanciarla, viverla “qui e ora” come “tempo opportuno” anche per le nuove generazioni.

Guardare al presente della Chiesa locale significa soprattutto leggere quell’insieme di relazioni che la caratterizzano in modo peculiare.

Bisogna fissare l’attenzione su queste relazioni e sui soggetti che le vivono se si vuole tracciare un profilo completo della spiritualità diocesana: i fedeli intorno al vescovo con il suo presbiterio, il collegio dei diaconi, le diverse famiglie religiose presenti in diocesi, i gruppi, i movimenti e tutto ciò che concorre a disegnare il volto di una Chiesa locale.

La prima relazione da sottolineare è senz’altro quella della Chiesa con il suo vescovo.

Per capire quanto questa relazione con il vescovo sia costitutiva basta rileggere i testi del Vaticano II. Bisognerebbe qui riprodurre per intero brani come Sacrosanctum Concilium 26, 41-42; il cap. III della Lumen gentium, in particolare 23, 25-27; il decreto Christus Dominus. A partire dalle indicazioni citate non è più possibile pensare a quella del vescovo come a una carica onorifica, un prestigio, una carriera (anche se può essere presa e vissuta come tale!).

È duro a scomparire un retaggio che percepisce il vescovo come una figura estrinseca e, in fondo, estranea alla storia della diocesi. Sarà perché viene da fuori, perché «lui se ne va, ma siamo noi a rimanere», sta di fatto che non si vede ancora come il vescovo risulti il principio di identità della Chiesa particolare proposto dai documenti del Concilio, nei quali riaffiora la concezione della Chiesa antica, che pensava la relazione vescovo-Chiesa sul registro della sponsalità. Se la Chiesa particolare è, a pieno titolo, «Chiesa una, santa, cattolica e apostolica» e non un distretto amministrativo in senso canonico o, come accadeva nella Chiesa antica, una setta di eretici fuori della comunione cattolica, questo dipende dalla presenza del vescovo, il quale è successore degli apostoli, «principio visibile e fondamento dell’unità della Chiesa particolare» (LG 23).

Non esiste Chiesa particolare se non con e intorno al vescovo, attraverso il quale, in forza della successione apostolica data e vissuta in comunione con tutto il collegio, quella Chiesa particolare è parte della comunione universale della Chiesa e riceve la Parola di salvezza «una volta per tutte trasmessa ai santi», partecipando di quella salvezza che viene significata e comunicata nell’eucaristia, che, continuamente, edifica e rinnova la Chiesa. È per il ministero del vescovo, segno visibile dell’unità, che la Chiesa particolare, nella dispersione dei tempi e dei luoghi, è il segno visibile ed efficace – in ultima analisi sacramentale – della «Chiesa una santa cattolica e apostolica». È per il ministero del vescovo che la Chiesa particolare è adunata come popolo di Dio e corpo di Cristo. Egli è nella sua Chiesa «vicario di Cristo» (LG 27), nella pienezza del sacerdozio ministeriale, che condivide con il suo presbiterio (cf LG 20).

L’unità di tutti con il vescovo, seguendo queste affermazioni, non è un optional: è, piuttosto, la condizione fondamentale dell’identità cristiana, in tutte le specificazioni, anche ministeriali. Non importa che si tratti di questo o di quel vescovo: importa che si tratti del vescovo, perché senza di lui non c’è Chiesa locale. Questo non è uno slogan ma una verità irrinunciabile, perché si colloca sul piano ontologico e non solo funzionale: il vescovo è principio di unità costitutivo per l’identità e la vita stessa della Chiesa. In fondo, il suo primo e fondamentale impegno è di essere – visibilmente, efficacemente, santamente – questo principio di unità per la sua Chiesa; intorno a lui il primo e più fondamentale impegno della sua Chiesa e di ogni cristiano che le appartiene è di vivere la comunione ecclesiale, mediante la sottomissione reciproca, nella condivisione dei doni di Dio.

«La figura, il modello essenziale per il vescovo è sempre e in ogni tempo Cristo, Buon Pastore» (Leone XIV). Il vescovo è padre di tutta la comunità. La capacità di esserlo è certamente uno dei requisiti più importanti per un candidato al ministero episcopale. Per questo è importante scegliere pastori degni, all’altezza di un compito così gravoso: nelle loro mani è posta, in certo qual modo, tutta la vita di una Chiesa locale, in ultima analisi il suo cammino nella storia per imparare a vederla, amarla e guidarla con il gli occhi e il cuore di Dio Padre.

 

don Mario Gullo

 

 

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30 Luglio 2026
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