La rubrica “Custodi di un sogno” propone ogni settimana una riflessione sulla spiritualità del presbitero e del Popolo di Dio a cura di don Mario Gullo, che approfondisce la vita della Chiesa alla luce del Concilio Vaticano II
Esiste davvero una spiritualità diocesana?
Forse, una domanda come questa, può apparire strana e fuori luogo in una rubrica che muove i primi passi per occuparsi di questa tematica.
Tuttavia diversi studiosi hanno manifestato dubbi a riguardo, soprattutto, a mio avviso, per due motivi.
Prima di tutto per il fatto che mai sino a qualche decennio fa se ne fosse parlato. E poi perché, soprattutto, il termine “spiritualità” dice la relazione dell’uomo con Dio, e affermare “spiritualità cristiana” dice tale relazione con il Dio di Gesù Cristo.
Ciò vuol dire che l’unica spiritualità cristiana, nel corso dei tempi, si può esprimere e vivere in forme differenti, a seconda delle culture, delle mentalità e quindi delle espressioni personali e collettive lungo il corso della storia cristiana, come modalità sempre nuove di percepire e vivere la relazione con Dio.
Il motivo di questa possibile molteplicità che la storia del cristianesimo attesta è dato dal fatto che il Mistero di Cristo supera ampiamente e sempre ogni sua forma di rappresentazione teologica e di esperienza spirituale.

È fondamentale sottolineare che la spiritualità cristiana è, per sua natura, ecclesiale: la vita in Cristo è sempre vita nella Chiesa. Ciò apre la strada alla possibilità di pensare e vivere la spiritualità diocesana.
Ma cosa aggiunge la “diocesanità” a questa dimensione ecclesiale della “vita in Cristo”?
Dove starebbe la peculiarità e l’originalità della spiritualità diocesana?
Molti affermano che la formula si rivelerebbe di carattere semplicemente “precisivo”, una specie di tautologia, in quanto si ridurrebbe a dire la dimensione ecclesiale della vita cristiana, specificata in base al luogo e al contesto nella quale avviene.
Ma, coerentemente a quanto stiamo cercando di dire, l’indicazione del “luogo” non è una precisazione superflua e accidentale; non è un’aggiunta senza importanza che la fede “accada” in un luogo, “dentro” una comunità, in un contesto storico, sociale, culturale, religioso precisi.
Questo dato non è questione da poco: per ogni battezzato credente la vita cristiana nasce e si sviluppa sempre a queste condizioni e non nell’astrattezza di un riferimento ecclesiale neutro, senza caratterizzazioni, valido per tutte le latitudini.

Tutto questo si comprende se si guarda la prassi della Chiesa dei primi secoli dove risulta con chiarezza quanto fosse avvertita questa appartenenza a una precisa e concreta comunità.
La Chiesa dei Padri, infatti, era regolata dal principio della communio, che nella celebrazione eucaristica trovava il suo principio fondante: è nella comunità eucaristica che la Chiesa vive e manifesta la communio ecclesiale.

Tra i sancta l’Eucaristia occupa un ruolo centrale. «L’Eucaristia è il luogo in cui la Trinità si rende presente nella storia in modo pieno e dà origine alla comunità ecclesiale» (B. Forte).
È noto, purtroppo, come questa dimensione eucaristica della Chiesa locale sia stata trascurata nel secondo millennio in favore di una forte sottolineatura della Chiesa universale.
Basti notare che il silenzio sull’argomento, alla vigilia del Vaticano Il, era pressoché totale. Ma l’assise conciliare ha segnato una riscoperta e ripresa del tema.

La Sacrosanctum concilium afferma che «la principale manifestazione della Chiesa si ha nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle stesse celebrazioni liturgiche, soprattutto alla stessa eucaristia, all’unica preghiera, all’unico altare cui presiede il vescovo circondato dal suo presbiterio e dai ministri» (SC 41).
Nella Lumen gentium si sottolinea che «i singoli vescovi sono il principio visibile e il fondamento dell’unità nelle loro Chiese particolari, formate a immagine della Chiesa universale, nelle quali e a partire dalle quali (in quibus et ex quibus) esiste l’una e unica Chiesa cattolica» (LG 23). Quindi le Chiese particolari «sono, nella loro sede, il popolo nuovo chiamato da Dio, nello Spirito santo e in una totale pienezza. […] In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere o che vivono nella dispersione, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica» (LG 26).
«Sarebbe difficile dire in modo più incisivo ed espressivo quanto la Chiesa universale, la Chiesa di Gesù Cristo, il Corpo di Cristo, “sia là” presente nella Chiesa particolare, nella sua assemblea liturgica e, in modo speciale, nella sua celebrazione dell’Eucaristia» (B. Neunheuser).
Ecco perché la communio va sempre vista nella sua triplice dimensione: sanctorum, eucharistica ed ecclesiarum.

La recezione di quanto stiamo affermando, purtroppo, è insufficiente.
Nella prassi troppi continuano a pensare la Chiesa unicamente sul registro dell’universalità, restringendo la Chiesa particolare ai soli aspetti pastorali e amministrativi.
Una proposta di spiritualità diocesana risulta, in un’ottica come questa, risulterebbe impensabile.
Nel contesto di una giusta teologia della Chiesa locale, però, anche la spiritualità cristiana non potrà essere pensata al di fuori di questo riferimento.
Torneremo a riflettere nella prossima settimana su questi interventi del Concilio.
Per il momento ci basta ribadire che l’affermazione circa la necessaria correlazione tra Chiesa universale e Chiese particolari impone di ripensare la spiritualità cristiana in termini di incarnazione, nel concreto riferimento alla vita delle «Chiese particolari, nelle quali e a partire dalle quali esiste l’una e unica Chiesa cattolica».
L’alternativa tra l’universale e il particolare perde i suoi contorni a partire dalla cattolicità della communio ecclesiarum: evitando la questione della priorità, si coglie la radicale correlazione tra le due dimensioni, intese come reciproca interiorità, simultaneità e co-originarietà.
Sta qui il fondamento della “spiritualità diocesana”.
don Mario Gullo
