La rubrica “Custodi di un sogno” propone ogni settimana una riflessione sulla spiritualità del presbitero e del Popolo di Dio a cura di don Mario Gullo, che approfondisce la vita della Chiesa alla luce del Concilio Vaticano II
Il Vangelo si incarna nella vita della Chiesa particolare in una spiritualità diocesana che è la manifestazione di un cammino sacramentale e condiviso di Chiesa guidata dal suo Vescovo, avvolta dalla luce dello Spirito Santo, in un processo di ascolto, discernimento e attualizzazione.

Ma, concretamente, che cosa intendiamo quando parliamo di spiritualità diocesana?
La risposta non è scontata ed il termine stesso evoca qualcosa di conosciuto e sconosciuto insieme.
È vero che i termini “spiritualità” e “diocesi” sono abbastanza comuni anche nel lessico di un credente minimamente informato, ma è la composizione di essi che crea qualche problema, visto che, il più delle volte, rimandano a due mondi lontani se non estranei.
Qui nasce la difficoltà a decidere il significato di una formula che dovrebbe comparire con insistenza nel linguaggio ecclesiale.
Negli anni 2002-2003, grazie alle proposte della Federazione italiana dell’Unione apostolica del clero, ci fu un risveglio della riflessione, oggi nuovamente caduta nell’oblio.
L’originalità e la novità che la teologia, in questo tempo, può proporre alla nostra vita credo abiti nel rovesciamento dei termini rispetto alla formula tradizionale.
Se, da un lato, la cosiddetta “spiritualità del presbitero diocesano” pensa alla vita di santità dei preti diocesani a partire dall’esercizio del ministero, in particolare dalla cura delle anime, dall’altro, la “spiritualità diocesana del presbitero” sottolinea l’appartenenza e la partecipazione del ministro ordinato alla Chiesa particolare.

Quello che stiamo dicendo non è un gioco semantico in quanto il livello della variante non è di poco conto.
È vero che è il sacramento dell’ordine a determinare l’identità del ministro ordinato ma la sua “caratterizzazione” non va ricercata solo nell’esercizio del suo ministero, ma anche e soprattutto nel legame del ministro stesso a una determinata Chiesa particolare.
Quindi la novità che si presenta a noi dalla riformulazione del tema è che l’appartenenza a una Chiesa particolare appare come un elemento decisivo e fondamentale per l’identità stessa del presbitero diocesano.
Ma, a differenza della formulazione precedente, che trovava in sé il fondamento e la ragione stessa della spiritualità del presbitero diocesano (il sacramento dell’ordine e l’esercizio del ministero), la proposta della “spiritualità diocesana del presbitero” non si impone da sé e non trova in sé la giustificazione necessaria.
Essa proviene, piuttosto, dall’esistenza di una “spiritualità diocesana” che sta prima e che riconfigura la spiritualità sacerdotale come uno dei suoi aspetti più significativi. Ovvero, senza una “spiritualità diocesana”, la “spiritualità diocesana del presbitero” sarebbe senza fondamento alcuno e si ridurrebbe solo ad una stravaganza lessicale.
Invece, se esiste, la spiritualità diocesana non riguarda solo i presbiteri diocesani bensì, e ciò è molto importante, l’intero popolo di Dio, in cui si articola la Chiesa particolare.

Quando diciamo “La Chiesa di Dio che è in…”, noi stiamo affermando che il popolo di Dio che lì vive è segnato dal modo peculiare di incarnare la vita cristiana di quella Chiesa, che è in un determinato luogo, con una determinata storia, un tessuto sociale, una cultura, un sistema di vita.
Si tratta di una prospettiva che permette di ripensare in toto la spiritualità cristiana.
A questo punto è doveroso porsi delle domande: oggi è ancora possibile parlare di spiritualità diocesana e, se esiste, quali sono i suoi fondamenti teologici?
Inoltre, che cosa significa tutto questo per la spiritualità cristiana, per la Chiesa, in particolare per la Chiesa locale?
Che cosa significa e cosa comporta per i cristiani che ne fanno parte?
Che cosa, soprattutto, è significativo per un presbitero diocesano che è chiamato a servire i cristiani che formano delle comunità?
Ci chiediamo anche: qual è il novum di tale spiritualità?
In quale rapporto si pone con le altre spiritualità?
Come entrano i religiosi nella spiritualità diocesana?
E i movimenti, che di solito sono portatori di una spiritualità propria che nasce dal loro carisma, che posto hanno?
Soprattutto, quale concezione e vissuto di Chiesa sono necessari per rendere possibile la spiritualità diocesana?

Questa rubrica settimanale “Custodi di un sogno”, che ci accompagnerà nei prossimi mesi, cercherà di rispondere a queste e tante altre domande con l’intento di creare un “luogo” di riflessione sulla vita cristiana e sulla sua mentalità ecclesiale partendo dalla luce che la prospettiva della spiritualità diocesana le dona.
don Mario Gullo
