RUBRICA “Custodi di un fuoco” / Preti stranieri: la sapienza di accompagnare

Ottobre 2026

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La rubrica “Custodi di un fuoco”, a cura di don Mario Gullo, propone ogni settimana una riflessione sulla spiritualità del presbitero e del Popolo di Dio che approfondisce la vita della Chiesa alla luce del Concilio Vaticano II



Ogni Chiesa particolare esprime una propria spiritualità come modalità originale della vita cristiana e ogni presbiterio è come un corpo ministeriale a servizio della Chiesa particolare, che non si esaurisce nella cura pastorale, ma si specifica nella custodia e promozione della peculiare identità cristiana di quella specifica Chiesa. Credo che, a questo punto del nostro cammino, ormai dovrebbe essere chiara la tesi che sta alla base della spiritualità diocesana. Adesso affrontiamo un altro passo del nostro percorso.

Il forte legame tra la Chiesa particolare e il suo presbiterio – significato e garantito dal Vescovo come principio di unità di entrambi – interroga ogni Chiesa sui criteri di incardinazione dei ministri ordinati.

Se vivessimo, come in passato, in un tempo di numerose vocazioni, con un numero consistente di candidati al sacerdozio, il cambio di registro – da una prospettiva individuale a una comunionale – consisterebbe in ultima analisi nello stabilire le condizioni della communio, che fanno dei ministri ordinati le membra di un corpo. Oggi, però, la questione diventa decisiva, oltre che scottante, in un tempo in cui la scarsità di vocazioni espone alcuni Vescovi alla tentazione di allentare le condizioni di ammissione agli ordini sacri, pur di colmare i vuoti sempre più larghi nelle file di un clero sempre più anziano.

Scelta che avviene generalmente con due modalità: o accogliendo seminaristi che provengono da altre diocesi d’Italia, non di rado dimessi dai loro seminari; o cercando in altre Nazioni o continenti, dove il movimento vocazionale appare ancora fiorente.

Nel secondo caso ne è venuta una geografia delle vocazioni che, dal Brasile all’Africa e alle Filippine, passando per i Paesi dell’Est, ora punta con decisione verso l’Estremo Oriente. E se gli Istituti di Vita Consacrata si sono mossi già da tempo verso queste regioni, aprendo case in cui accogliere i candidati alla vita religiosa, le diocesi hanno piuttosto accolto le persone che da queste regioni provenivano, ammettendoli nei seminari o, se già ordinati, incardinandoli nel presbiterio.

Ci troviamo dinanzi ad una questione delicata. Non ho nulla da dire circa la giusta volontà di radicare il carisma di un Istituto anche in terre lontane; ma lascia quantomeno perplessi lo slancio vitalistico di congregazioni che nei fatti in Italia o Europa stanno letteralmente agonizzando. Quanti sono stati sradicati dal mondo in cui sono cresciuti, e vivono problemi di inserimento in Occidente, esposti al rischio di essere fagocitati da un mondo che non conoscono, potranno mai garantire la fedeltà al carisma?

Se ancora si dibattono in problemi di lingua e hanno difficoltà di comprensione di una mentalità che è loro estranea potranno mai rispondere a situazioni nuove della Chiesa e della società? Eppure questa formazione non è impossibile. Essa diventa una grande opportunità soprattutto quando questi membri di comunità religiose, adeguatamente formati, possono tornare nella loro terra e inculturare il Vangelo, traducendo in forme nuove o originali il carisma dell’Istituto dando creatività al Dono ricevuto dallo Spirito.

Resta più problematico il caso dei candidati di altri Paesi accolti in una diocesi. Se, come abbiamo più volte spiegato, il presbiterio non è unicamente la somma dei preti a disposizione del Vescovo ma un corpo chiamato a garantire e promuovere, sia insieme che attraverso ciascuno dei suoi membri, la vita cristiana di una Chiesa, la scelta dei candidati è fondamentale in ordine al profilo dell’identità cristiana di quella Chiesa. Se i ministri ordinati sono estranei alla cultura di quella terra, non ne conoscono la storia, non la sentono come casa propria, è improbabile che possano entrare in un dialogo profondo con le situazioni della comunità in cui sono mandati e possano garantire un ascolto effettivo delle domande e dei problemi degli uomini e delle donne loro affidati.

È vero che i problemi non sono gli stessi dappertutto, o perlomeno non sono formulati nello stesso modo: è la legge dell’incarnazione che, se vale per il Vangelo, vale anche per i suoi annunciatori. Mi spiego meglio: se la funzione dei ministri ordinati è solamente quella di “garantire la messa”, non importa con quale inflessione sia celebrata. Ma se la fede nasce dall’ascolto (cfr Rm 10,17), quale crescita nella fede potrà essere garantita dove la predicazione risulta difficoltosa, incerta anche nella lingua?

Inoltre, afferma Annarita Turi che l’inserimento e la collaborazione di un prete straniero in una diocesi italiana dovrebbe «nascere da un attento discernimento e da un profondo coinvolgimento di tutta la realtà ecclesiale diocesana».

Tutti gli operatori pastorali, dal Vescovo al laico impegnato, dovrebbero perciò essere coinvolti «nel chiarire le motivazioni, il progetto, i percorsi formativi, gli impegni ecclesiali e le naturali aspirazioni di ogni soggetto pastorale proveniente da una Chiesa sorella». Si potrebbe anche scoprire che le motivazioni di alcuni preti stranieri «non rispondono a criteri di cooperazione e di ecclesialità», ma sono frutto di situazioni personali problematiche che si vorrebbero sanare con lo stratagemma della mutatio loci. Così come non potrebbe essere estranea «l’aggravante della gratificazione economica o dell’accomodamento personale».
A pagarne le conseguenze sarebbero le comunità parrocchiali o le precarie situazioni ecclesiali periferiche. In questi casi «non sarebbe male un po’ più di fermezza e rigore nell’operare alcune scelte da parte delle diocesi».

Ciò non significa che non si possano e non si debbano accogliere candidati che provengono da altri continenti; significa che bisogna valutare attentamente la loro immissione nel presbiterio insieme a diverse conseguenze da valutare attentamente.

Un reclutamento massiccio, in nome dei bisogni o dei posti da coprire al di là della bontà dei singoli candidati, interverrebbe così vistosamente sulla composizione del presbiterio, da modificare l’identità e il servizio alla Chiesa locale, mettendo a rischio anche il profilo stesso della spiritualità diocesana.

Se si vuole il bene della Chiesa particolare, è necessario, piuttosto, discernere caso per caso (ma questo vale sempre), e comunque esigere un lungo apprendistato, che non preveda unicamente la formazione alle discipline teologiche, ma anche alla cultura della Chiesa in cui un ministro dovrà svolgere il suo servizio pastorale.

Sono criteri minimi per un fruttuoso inserimento di questi ministri ordinati nel presbiterio e nella Chiesa particolare. Nel 2001 la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli ha emanato un’istruzione molto interessante e importante “sull’invio e la permanenza all’estero dei sacerdoti del clero diocesano dei territori di missione” che illumina queste mie brevi riflessioni.

Infine, credo che l’atteggiamento più importante da adottare, in questo caso, oltre al discernimento, si riassuma in un verbo: accompagnare.

«È necessaria una verifica costante. I sacerdoti stranieri sono preparati alle esperienze pastorali italiane? Non bisogna fermarsi alle prestazioni che essi possono offrire o alla quantità di celebrazioni liturgiche che sono in grado di assicurare. Bisogna anche monitorare la loro capacità di cooperazione ecclesiale e di fraternità presbiterale, nonché la loro testimonianza e qualità sacerdotale. Non basta assicurare loro garanzie economiche e normative. Vanno tenuti in conto, prima ancora, lo spirito sacerdotale, l’esperienza pastorale, l’accoglienza fraterna, lo scambio ecclesiale. […] Come a dire: è molto positiva questa esperienza di cooperazione missionaria, a patto che essa si svolga nella chiarezza e nella saggezza di chi invia e di chi accoglie. E con motivazioni scevre da ambiguità». (Bruno Scapin)

don Mario Gullo

 

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3 Ottobre 2026
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