RUBRICA “Custodi di un fuoco” / L’urgenza di rileggere il ministero ordinato a partire dal presbiterio

Settembre 2026

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La rubrica “Custodi di un sogno”, a cura di don Mario Gullo,  propone ogni settimana una riflessione sulla spiritualità del presbitero e del Popolo di Dio che approfondisce la vita della Chiesa alla luce del Concilio Vaticano II



Quando si parla di spiritualità diocesana, oltre alle indicazioni, domande e anche obiezioni che si raccolgono, un punto, soprattutto negli incontri con i sacerdoti, suscita molto dibattito: quello sul presbiterio.

Se l’insistenza della domanda è un segno dell’interesse, mi pare di poter registrare una progressiva presa di coscienza di una realtà sicuramente poco avvertita in un passato anche recente.

Per la vita di un prete difficilmente il presbiterio rappresentava il termine di riferimento; farne parte era un dato di fatto che immetteva nel lavoro pastorale.

La crisi che oggi investe il ministero ordinato domanda di chiarirne a tutto tondo i presupposti e le implicazioni. E in questa ripresa entra l’attenzione al presbiterio, peraltro contrassegnato ancora da una scarsità di riflessioni, a paragone dell’abbondanza di scritti sul sacramento dell’ordine.

Come afferma Roberto Repole una mappa completa ed esaustiva degli elementi critici che accompagnano, oggi, il ministero presbiterale è probabilmente un’ambizione destinata a restare irrealizzata.

Ciò non toglie che sia evidente, come dice Greshake, che «negli ultimi anni il tema del ‘prete’ è diventato una specie di muro del pianto su cui battono il capo tanti sacerdoti, ma anche vescovi sconsolati e laici disorientati. Ci si lamenta della mancanza, sempre più palpabile, di sacerdoti e della scarsa disponibilità dei giovani a impegnarsi in questo ministero (o non forse nella forma in cui attualmente tale ministero viene esercitato?). Ma anche parecchi sacerdoti considerano ormai superato, non più sostenibile, un modo di vivere […] e un modo di operare che li propone come manager responsabili di un numero sempre crescente di comunità e quali distributori di ‘servizi’ con il compito di soddisfare i bisogni religiosi di fedeli sempre meno interessati» (G. Greshake, Essere preti in questo tempo. Teologia – Prassi pastorale – Spiritualità, Brescia 2008, 15).

Nei dibattiti per questo, forse, si scontrano visioni sul prete spesso agli antipodi, dalla difesa a oltranza del modello tridentino all’insistenza sulla vita comune del clero come salvezza di tutti i mali.

La distanza delle posizioni mostra come siamo ben lontani da un consenso e come sia necessario approfondire l’argomento da molti punti di vista (storico, dottrinale, pastorale) per le sue implicazioni sulla vita e sul ministero del prete.

In questo nostro studio è stata già avanzata più di qualche indicazione e non la ripeterò. Però desidero sottolineare che, in chiave di spiritualità diocesana, l’urgenza di rileggere il ministero ordinato a partire dal presbiterio è anche più decisiva.

La riscoperta conciliare della Chiesa particolare come «la Chiesa una, santa, cattolica, apostolica» in un determinato luogo pone, in effetti, in forte evidenza il presbiterio.

Se ogni Chiesa ha il suo principio di unità nel Vescovo, questi è sempre “circondato dal suo presbiterio”. E se il presbiterio è “del Vescovo”, è anche vero che egli non esiste senza il suo presbiterio, che è il presbiterio di quella Chiesa.

Essa è un corpo “amministrato” dal Vescovo con il suo presbiterio.

Ogni presbitero, quindi, come parte di un tutto, come membro di un corpo, esprime sempre anche la realtà cui appartiene.

Nella spiritualità diocesana è da superare l’idea che un presbitero, una volta incaricato della guida di una comunità, ne sia responsabile in modo esclusivo e singolare. Non solo perché, secondo il dettato conciliare, egli nella comunità che gli è affidata «fa le veci del vescovo» («vices gerente Episcopi», Sacrosanctum Concilium, 42); ma proprio perché, appartenendo a un corpo, egli lo esprime e lo rende presente. Nello stesso tempo, egli partecipa del ministero di tutti gli altri membri del presbiterio: il suo servizio a una comunità è sempre e contemporaneamente servizio a tutta la Chiesa diocesana, senza sovrapporsi agli altri, ma svolgendo bene il proprio compito.

Mentre la guida, egli edifica non solo quella comunità, ma l’intera Chiesa particolare (e, in ultima analisi, la Chiesa universale). Perciò il suo ministero, unico e originale (perché personale), di fatto entra a caratterizzare il cammino della Chiesa locale cui appartiene, a segnarne la spiritualità.

Per comprendere meglio questo dinamismo lo si può mettere in analogia con l’appartenenza del Vescovo al collegio episcopale, per cui il suo servizio apostolico alla Chiesa che gli è affidata è sempre e contemporaneamente servizio alla Chiesa universale, in forza del principio della collegialità.

Questa analogia non deve sembrare eccessiva, se si ammette, come abbiamo già lungamente sottolineato precedentemente, che il presbiterio non è la somma dei preti che lo compongono, ma un corpo di cui i singoli preti sono le membra.

In virtù di ciò si può affermare che il presbiterio ha un peso determinante nel custodire e alimentare – ma anche nel frenare e inaridire – la spiritualità diocesana.

La vitalità di una Chiesa locale dipende molto dalla forma di cristianesimo che si trasmette: e questa dipende molto dalla predicazione e dall’azione pastorale dei ministri che la guidano.

Una comunità assorbe in genere gli orientamenti e le prospettive riproposti con continuità dai suoi pastori. E poiché oggi non c’è più un unico modello di Chiesa, ripetuto invariabilmente in tutti i luoghi di culto, la strada da percorrere non può che essere la costruzione di un cammino ecclesiale condiviso, dove, pur nelle legittime differenze, si custodisce un profilo di Chiesa che “caratterizza” nell’unità la vita cristiana del popolo di Dio, dalla liturgia ai piani pastorali. Profilo che esprime, appunto, la specifica spiritualità diocesana.

Si delinea così un ampio ventaglio di interrogativi: dalla partecipazione dei presbiteri a differenti spiritualità, alla modalità di presenza e di appartenenza dei religiosi alla Chiesa particolare e quindi alla spiritualità diocesana, alla stessa composizione del presbiterio e ai criteri di incardinazione. Tutte queste questioni saranno affrontate nei prossimi interventi. 

don Mario Gullo

 

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9 Settembre 2026
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