RUBRICA “Custodi di un fuoco” / Il Vescovo con il presbiterio: una sola famiglia

Agosto 2026

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Il presbiterio è un soggetto fondamentale della spiritualità diocesana.

Riguardo alla relazione che lega il vescovo al presbiterio non è certo per noi un tema nuovo, ma sappiamo anche come rimanga terreno “delicato”, con molte ricadute sia sul piano personale che pastorale (Cfr. Nico Dal Molin, Editoriale, in Presbyteri, Anno LVI – 2022 – N. 2, 83-88).

Il Concilio infatti afferma che la diocesi è affidata al Vescovo, il quale la deve pascere cum cooperatione presbyterii (Christus Dominus 11).

Tale affermazione non può essere ridotta a una partecipazione solo funzionale e in qualche modo strumentale dei presbiteri al ministero del Vescovo, dal momento che il loro essere innestati in modo proprio nel sacerdozio di Cristo li costituisce come «un solo presbiterio e una sola famiglia di cui il vescovo è come il padre» (Christus Dominus 28).

Questa lettura sembra forzare la natura della relazione Vescovo-presbiteri che la canonistica e molta teologia continua a leggere in una linea funzionale, sul registro della collaborazione pastorale, come necessità per il Vescovo di avere collaboratori perché non può raggiungere da solo tutti i fedeli della sua diocesi. In fin dei conti, Sacrosanctum Concilium 42 sembrerebbe esprimersi in questa direzione: «Poiché nella sua Chiesa il vescovo non può presiedere personalmente sempre e ovunque l’intero gregge, deve necessariamente costituire delle assemblee di fedeli, tra cui hanno un posto preminente le parrocchie organizzate localmente sotto la guida di un pastore che fa le veci del vescovo: esse infatti rappresentano in certo modo la Chiesa visibile stabilita su tutta la terra».

Su questa base si spiega la costituzione delle parrocchie, dei centri pastorali, degli organismi di comunione, dei servizi diocesani.

Ma se, per assurdo, il Vescovo potesse fare tutto da solo, questo non escluderebbe l’esistenza del presbiterio.

Essa non dipende dal fatto di collaborare con il Vescovo come unità sociologica, composta dalla somma di tutti i suoi collaboratori. È vero piuttosto il contrario: il presbiterio precede e fonda la funzione ministeriale.

Il Concilio Vaticano II ci riconsegna una visione comunionale del ministero ordinato.

I presbiteri non sono i dipendenti del Vescovo. Né la Diocesi è solamente una struttura amministrativa. I preti non sono un insieme di collaboratori chiamati semplicemente ad applicare decisioni.

Non bisogna dimenticare che il presbiterio è una realtà sacramentale.

La mancata attenzione a questa dimensione costitutiva dell’ordine presbiterale, purtroppo, ha molto condizionato la vita delle Chiese particolari nel post-concilio. L’appartenenza al presbiterio, giustamente compresa, è un elemento formidabile per caratterizzare il ministero ordinato, che oggi sembra patire un deficit di identità e motivazione.

È necessario e vale la pena, allora, raccogliere le affermazioni del Concilio e del magistero post-conciliare.
Sorprende come i documenti conciliari siano stati poco o per niente studiati sotto questo profilo. Le affermazioni sono incontestabili.

Il Concilio afferma che

  • «la stessa unità di consacrazione e di missione esige la comunione gerarchica dei presbiteri con l’ordine dei vescovi» (Presbyterorum Ordinis 7);
  • che, «in virtù della comune sacra ordinazione e della missione, tutti i presbiteri sono fra loro legati da un’intima fraternità» (Lumen Gentium 28);
  • che «costituiscono col loro vescovo un unico presbiterio, sebbene destinato a uffici diversi» (Ibid.);
  • che «costituiscono un solo presbiterio e una sola famiglia di cui il vescovo è come il padre»;
  • che «uniti tra loro da intima fraternità sacramentale, in modo speciale essi formano un unico presbiterio nella diocesi al cui servizio sono assegnati sotto il proprio vescovo» (Presbyterorum Ordinis 8),
  • e che «nel presbiterio ciascun membro è unito agli altri da particolari vincoli di carità apostolica, di ministero e di fraternità» (Ibid.).

I testi del Vaticano II vengono interpretati da magistero post-conciliare in prospettiva ontologica e non funzionale. Bastino, in proposito, le indicazioni della Pastores dabo vobis:

  • «Il ministero ordinato, in forza della sua stessa natura, può essere adempiuto solo in quanto il presbitero è unito con Cristo mediante l’inserimento sacramentale nell’ordine presbiterale e quindi in quanto è nella comunione gerarchica con il proprio vescovo. Il ministero ordinato ha una radicale forma comunitaria e può essere assolto solo come un’opera collettiva» (17).
  • «All’interno della comunione ecclesiale, il sacerdote è chiamato in particolare a crescere, nella sua formazione permanente, nel e con il proprio presbiterio unito al vescovo. Il presbiterio nella sua verità piena è un mysterium: infatti è una realtà soprannaturale, perché si radica nel sacramento dell’ordine. Questo è la sua fonte, la sua origine. E il “luogo” della sua nascita e della sua crescita» (74).
  • «La fisionomia del presbiterio è, dunque, quella di una vera famiglia, di una fraternità, i cui legami non sono dalla carne e dal sangue, ma sono dalla grazia dell’ordine: una grazia che assume ed eleva i rapporti umani, psicologici, affettivi, amicali e spirituali tra i sacerdoti; una grazia che si espande, penetra e si rivela e si concretizza nelle più varie forme di aiuto reciproco, non solo quelle spirituali, ma anche quelle materiali» (Ibid.).

Si tratta di poche affermazioni, ma che permettono di impostare una definizione del presbiterio non come somma dei preti che il Vescovo ha a disposizione per servire la sua Chiesa, ma come un corpo, nel quale i presbiteri sono membra gli uni degli altri. Che cosa comporti tutto ciò è facile intuire.

La Lumen Gentium, presentando gli elementi centrali della teologia del ministero, ci obbliga a soffermarci in particolare alla riconciliazione tra l’autorità sacramentale e quella di governo e alla sacramentalità dell’episcopato. Questi aspetti hanno comportato un rinnovamento piuttosto radicale purtroppo in parte ancora disatteso.

Il carattere conferito con l’episcopato non è una sorta di doppione di quello donato con il presbiterato, perché solo il Vescovo rappresenta pienamente Cristo capo, ed è quindi l’unico principio visibile e fondamento dell’unità della sua Chiesa.

Insomma, si tratta di due ministeri in parte differenti. Sul tema del rapporto tra Vescovo e presbiterio permane ancora spesso poca chiarezza.

Come abbiamo accennato la Lumen Gentium ha valorizzato il ministero presbiterale rispetto a quello episcopale, insegnando che i presbiteri partecipano al compito apostolico e che sono necessari e non opzionali alla vita della Chiesa, ma ha solo iniziato a riflettere sul presbiterio. D’altra parte, il modello patristico del Vescovo padre del presbiterio e del popolo non può aiutarci più di tanto, perché è difficilmente applicabile a realtà ecclesiali numerose e complesse come quelle odierne. A complicare la questione interviene anche il problema di una non chiara comprensione dell’episcopato come pienezza del sacramento dell’ordine, come pure la sua dubbia collocazione all’interno o al di sopra del presbiterio.

L’Apostolo Paolo scrive che «Non può l’occhio dire alla mano: non ho bisogno di te» (1Cor 12,21).

Vescovo e presbiterio partecipano dello stesso insostituibile mistero di Cristo Pastore. Per questo la loro relazione non è quella tra un capo di azienda e i suoi dipendenti, ma quella tra una realtà organica e misterica nella quale ogni membro ha bisogno dell’altro. Ciò naturalmente vale per tutta la vita della Chiesa, ma una forza particolare l’assume nel rapporto episcopale.

Un vescovo che guarda ai presbiteri soltanto come esecutori impoverisce il suo stesso ministero e viceversa «Un presbitero che guarda al vescovo soltanto come autorità da criticare impoverisce la propria comunione ecclesiale. La stima reciproca è ciò che impedisce due derive opposte: l’autoritarismo senza fraternità, l’autonomia senza comunione […] riguarda ciò che l’altro è prima ancora di ciò che fa. Prima del vescovo viene il fratello. Prima del presbitero viene il figlio di Dio. Prima del ruolo viene la persona. Una Chiesa può avere programmi, strutture, strategie e progetti. Ma senza stima reciproca rischia di perdere il volto più autentico di Cristo: quello di una comunità nella quale ciascuno può dire all’altro: “Tu sei un dono di Dio prima ancora di essere una risposta alle mie aspettative» (Domenico Marrone, Rapporto vescovo-preti nella Chiesa di oggi, in www.settimananews.it, 7 agosto 2026).

don Mario Gullo

 

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20 Agosto 2026
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