La rubrica “Custodi di un sogno” propone ogni settimana una riflessione sulla spiritualità del presbitero e del Popolo di Dio a cura di don Mario Gullo, che approfondisce la vita della Chiesa alla luce del Concilio Vaticano II
Il Concilio Vaticano II ha recuperato il tema dimenticato della Chiesa locale al quale è legata la spiritualità diocesana.
Nella Chiesa locale, infatti, la dimensione ecclesiale della spiritualità cristiana trova una configurazione precisa. Se la Chiesa di Cristo «è veramente presente in tutte le legittime assemblee locali di fedeli», le quali «sono nella loro sede, il popolo nuovo chiamato da Dio, nello Spirito Santo e in una totale pienezza» (LG 26), il loro modo di capire e vivere il Vangelo è assolutamente originale.
La Sacrosanctum Concilium sottolinea l’importanza della vita liturgica della Chiesa particolare intorno al vescovo, grande sacerdote del suo gregge, indicando la cattedrale come luogo privilegiato in cui avviene questa vita, ma anche le parrocchie che «rappresentano in certo modo la Chiesa visibile stabilita su tutta la terra» (Cfr SC 41 e 42) come luogo in cui si attua in modo legittimo ed efficace l’annuncio del Vangelo e la celebrazione dell’eucaristia.
L’illustrazione della diocesi come «una porzione del popolo di Dio, che è affidata alle cure pastorali del vescovo coadiuvato dal suo presbiterio, in modo che, aderendo al suo pastore e da lui unita per mezzo del Vangelo e dell’eucaristia nello Spirito Santo, costituisca una Chiesa particolare, nella quale è veramente presente e agisce la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica» (Christus Dominus 11) è anche una descrizione delle modalità in cui si attua in modo proprio a ciascuna Chiesa particolare l’unica vita cristiana.

L’insieme di elementi messo in gioco dai testi conciliari permette dunque di pensare una forma di vita cristiana unica e originale, una modalità peculiare di essere Chiesa, manifestata da “questo” popolo di Dio, costituito in unità intorno al “suo” vescovo, principio di unità anche del presbiterio, dove i sacerdoti, legati da vincoli di unità con il vescovo e tra di loro, appartengono a “questa” diocesi e rinnovano le promesse sacerdotali in “questa” Chiesa-madre.
«In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere o che vivono nella dispersione, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica» (LG 26).
“Queste” comunità prolungano nel tempo forme diverse di essere Chiesa, che affondano le radici della loro identità in una storia di generazioni di cristiani, una vera e propria tradizione che segna la vita di “questa” Chiesa e di quanti vi appartengono e li orienta a scelte precise anche oggi, tra gli uomini di quel territorio in cui ancora può e deve risuonare il Vangelo.

In ogni Chiesa locale si declina in modo diverso l’unica esistenza cristiana: ciascuna porta in sé e trasmette ai membri la sua identità, le sue peculiarità, quasi una mappa genetica. Questo non deve sembrare un’esagerazione, o un’applicazione figurata della maternità, dal momento che nel fonte battesimale la Chiesa genera nuovi figli alla vita di Dio. Questa intuizione è stata conservata dal Codice di Diritto Canonico quando vincola la celebrazione del battesimo alla comunità di appartenenza: «Si abbia come regola che l’adulto sia battezzato nella propria chiesa parrocchiale, il bambino invece nella chiesa parrocchiale propria dei genitori, a meno che una giusta causa non suggerisca diversamente» (can. 858,2). Qualora si desideri applicare fino in fondo l’analogia della maternità della Chiesa, bisogna richiamarsi al processo dell’educazione: un figlio, che già riceve il bagaglio genetico dei genitori, cresce secondo l’educazione (o la non-educazione) impartitagli e matura la sua identità in relazione all’ambiente e alla cultura in cui vive. Ciò vale anche per l’esistenza cristiana: la vita ricevuta “nella fede della Chiesa” si sviluppa sempre in un determinato ambiente, alle condizioni e secondo le forme di vita della comunità in cui si vive. E quella educazione entra e specifica – sarei tentato di dire “personalizza” – l’identità cristiana di quell’uomo o di quella donna.

Questo è il principio dell’incarnazione. Non si dà una vita cristiana astratta, asettica, da laboratorio, che poi si attua nelle diverse situazioni storiche. Esiste la vita cristiana qui e ora, in un luogo, in una concreta comunità, che attua in modo originale l’unica vocazione universale alla santità.
Si potrebbe dire, prendendo a prestito LG 23 sulla correlazione tra Chiesa universale e Chiese particolari, che nella e a partire dalla vita cristiana incarnata in una storia esiste l’una e unica vita cristiana data a tutti nel battesimo. Non esiste una vita in Cristo prima e a prescindere dalla vita stessa dei cristiani che la incarnano. Bisogna, dunque, superare un modo di parlare della vita cristiana generico e impegnarsi a coglierla là dove “accade” e si manifesta come presenza di Cristo tra gli uomini. Ciò è, propriamente, quello che intende la spiritualità diocesana.
don Mario Gullo
