La rubrica “Custodi di un sogno” propone ogni settimana una riflessione sulla spiritualità del presbitero e del Popolo di Dio a cura di don Mario Gullo, che approfondisce la vita della Chiesa alla luce del Concilio Vaticano II

Affermare, come abbiamo già avuto modo di dire, che la vita cristiana accade in un luogo, dentro una data comunità cristiana, non significa ancora spiegare come e perché la spiritualità cristiana possa dirsi “diocesana”. È un dato di fatto, però, che essa non può essere disincarnata, decontestualizzata, astratta. Per quale motivo la spiritualità cristiana, per essere incarnata, dovrebbe essere “diocesana”? A un esame più attento, l’esperienza cristiana, anzitutto, non si dà tanto nella diocesi, quanto piuttosto nelle parrocchie, nelle comunità, nei gruppi o movimenti.
Lì prende vita davvero l’azione vivificante dello Spirito che “incarna” in un tempo e in un luogo la causa del Vangelo. Anzi, se si pretendesse di concentrare la vita delle comunità che costituiscono una Chiesa locale a un livello diocesano, si finirebbe per negare e compromettere la loro stessa vita e quella di quanti vi appartengono, cadendo in una nuova forma di centralismo. Spiritualità diocesana non può mai significare, dunque, una riduzione della vita cristiana ai programmi e alle iniziative della diocesi. Bisogna fare attenzione a non confondere la spiritualità diocesana con la pastorale diocesana.

Ogni Chiesa particolare ha una sua spiritualità, cioè una modalità originale di vivere la vita cristiana, legata alla storia, al vissuto, ai santi, all’identità culturale del suo popolo: quello che, con formula sintetica, è definito genius loci.
La domanda adesso sorge spontanea: perché non si è parlato prima di spiritualità diocesana, data la storia antichissima di molte Chiese particolari? I santi, i luoghi di culto che segnano l’identità del popolo cristiano non sono certo di oggi. La risposta è semplice: perché l’ecclesiologia cattolica del secondo millennio ha di fatto taciuto sulle Chiese particolari, o almeno sulla loro dignità teologica, ridotte com’erano a distretti dell’unica grande diocesi che era la Chiesa cattolica, sotto l’unico vescovo che era il Papa, del quale i vescovi erano rappresentanti e funzionari.
È significativo che l’espressione nasca nel post-Concilio. È il Vaticano II che riscopre la teologia della Chiesa particolare. La spiritualità diocesana appare come il frutto di questa riscoperta della Chiesa locale avvenuta al Concilio. Infatti i documenti conciliari stabiliscono una correlazione costitutiva tra Chiesa universale e Chiese locali/particolari/peculiari/episcopali (tutti aggettivi risuonati nell’aula conciliare). Per Lumen gentium 23 «i singoli vescovi sono il principio visibile e il fondamento dell’unità nelle loro Chiese particolari, formate a immagine della Chiesa universale, nelle quali e a partire dalle quali (in quibus et ex quibus) esiste l’una e unica Chiesa cattolica». Pertanto «in queste comunità, sebbene spesso piccole e povere o che vivono nella dispersione, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica» (LG 26).

Quanto stiamo dicendo è un punto chiave dal quale non possiamo prescindere ed è stato recepito anche dal Codice di Diritto Canonico: «Le Chiese particolari, nelle quali e dalle quali sussiste la sola e unica Chiesa cattolica, sono anzitutto le diocesi» (can. 368); e il can. 369, riprendendo alla lettera Christus Dominus 11, chiarisce che «la diocesi è la porzione del popolo di Dio che viene affidata alla cura pastorale del vescovo con la cooperazione del presbiterio, in modo che, aderendo al suo pastore e da lui riunita nello Spirito Santo mediante il Vangelo e l’Eucaristia, costituisca una Chiesa particolare in cui è veramente presente e operante la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica».

Dalla correlazione di Chiesa universale e particolare, dalla loro mutua implicazione (riproposta anche dalla Congregazione per la dottrina della fede nella Communionis notio, pur con l’accentuazione della precedenza ontologica della Chiesa universale sulle Chiese particolari) discende la spiritualità diocesana. Posto, infatti, che la vita in Cristo o è ecclesiale o non è cristiana – perché l’uomo è battezzato “nella fede della Chiesa” e il battesimo, nel momento stesso in cui configura a Cristo, ne fa un membro della comunità ecclesiale – ne deriva che la vita cristiana si attua ecclesialmente “nella e a partire dalla” Chiesa particolare.
È qui che si incarna e vive la vita cristiana di tutti e di ciascuno che è “diocesana” perché la comunità ecclesiale (parrocchia, ma anche gruppo, associazione, movimento) è Chiesa per rapporto e in forza del riferimento vincolante alla Chiesa particolare. Soltanto essa, infatti, è veramente e pienamente Chiesa, in quanto ha in sé, a condizione della comunione ecclesiale, la pienezza dei mezzi della salvezza. Per questo è anche lo “spazio ecclesiale” della vita cristiana, dentro il quale questa vita si attua in una modalità propria e originale che segna e distingue quanti ne fanno parte, come segna e caratterizza i suoi membri l’appartenenza a una famiglia o a un popolo.
