La rubrica “Custodi di un sogno”, a cura di don Mario Gullo, propone ogni settimana una riflessione sulla spiritualità del presbitero e del Popolo di Dio che approfondisce la vita della Chiesa alla luce del Concilio Vaticano II
Visto che, come abbiamo già detto, ogni Chiesa particolare ha la sua spiritualità, che qualifica anche la vita dei preti, potrebbe sorgere spontanea una domanda: la differenza tra un prete di Acireale e uno di Torino è sostanziale o solo accidentale? Questa domanda è naturalmente espressa nelle categorie della Scolastica e rivelava una logica precisa: se la differenza fosse sostanziale, si perverrebbe a due forme di sacerdozio ministeriale, quella del prete di Acireale e quella del prete di Torino. Il che è del tutto privo di senso. Ma se ambedue preti partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo, la differenza tra i due non può essere che accidentale, e perciò grottesco. Ne consegue che la proposta della spiritualità diocesana non è decisiva e comunque non è vincolante.

Questo tipo di domanda, dicevamo, ricorda e applica bene le categorie della Scolastica! Ma è chiaro come la figura del prete, concepita alla stregua degli “universali”, incanalasse subito la risposta. Sicuramente in tanti ricordano, ai tempi del liceo, la lezione sulla definizione di uomo in Aristotele, magari sul manuale del “mitico” Amerio? «Sostanza, come uomo; qualità, come sano; quantità, come di tre cubiti; azione, come battere; passione, come essere battuto; relazione, come maggiore; luogo, come “qui”; tempo, come “oggi”»: tutti “accidenti”, cioè realtà che, pur mutando (ed esistendo solo in forza della sostanza), non mutano la sostanza “uomo”. Ma se l’essere prete corrisponde alla sostanza, il fatto che sia incardinato in una diocesi piuttosto che in un’altra, che appartenga a un presbiterio piuttosto che a un altro, non fa differenza. E anche questo è assurdo, secondo le scienze umane, ma anche secondo l’esperienza.

Certamente non vi è differenza circa la partecipazione al sacerdozio di Cristo fondata nel sacramento dell’ordine: ambedue – il prete di Acireale e quello di Torino – in forza dell’imposizione delle mani sono ministri di Dio, «posti in nome di Cristo a pascere la Chiesa con la parola e la grazia di Dio» (Lumen Gentium, 11). Ciascun sacerdote, in qualsiasi latitudine si trovi a esercitare il suo ministero, «con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio di Cristo in persona Christi e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo» (Lumen Gentium, 10). Ciononostante le differenze sono evidenti. Prima di tutto di persona, che è sempre “unica e irripetibile”: nessuno è mai un clone di un altro. «L’uomo, oggetto del calcolo, considerato sotto la categoria della quantità; uno fra miliardi. E nello stesso tempo, uno, unico, irripetibile» (Giovanni Paolo II). Desidero non soffermarmi, però, su questo punto, tra l’altro ovvio: nell’esercizio del sacerdozio ciascuno esprime sé stesso, la sua personalità, i suoi doni e carismi, ma anche il suo vissuto, le sue convinzioni, le sue esperienze. Gli effetti di simili differenze sono tali – tanto sulla persona che esercita il ministero, quanto su quelle a cui il ministero è rivolto – che ridurli alla dimensione di accidentalità fa davvero sorridere.

Se, però, si ammette questa differenza, e si riconosce l’incidenza dei processi educativi sulla formazione e sulla configurazione di ogni ministro ordinato, ne deriva che la questione della sua identità dipende in modo non accidentale, ma decisivo, dall’appartenenza a una Chiesa locale e a un presbiterio. Come a dire che il prete di Acireale non è e non può essere come quello di Torino. Sul piano del ministero ordinato vale ciò che si afferma della spiritualità diocesana in genere: come un credente, innestato per il battesimo in una Chiesa e crescendo secondo il vissuto ecclesiale che si insegna – o, più semplicemente, che si respira – in quella Chiesa, così il ministro ordinato cresce e si forma (si spera, in modo consapevole) secondo il profilo della Chiesa cui appartiene e che è chiamato a servire.
Tutto questo si comprende in analogia con il processo educativo: «Un figlio, che già riceve il bagaglio genetico dei genitori, cresce anche secondo l’educazione (o la non-educazione) che gli viene impartita e matura la sua identità in relazione all’ambiente e alla cultura in cui vive. E, come si sa, il processo educativo non è indifferente per la maturazione della personalità di un uomo: ambienti e processi educativi diversi producono risultati diversi nello sviluppo dell’identità personale. Questo è vero anche per l’esistenza cristiana: la vita ricevuta “nella fede della Chiesa” – di quella determinata Chiesa, che genera nuovi figli alla fede, secondo le belle espressioni dei Padri – si sviluppa in quell’ambiente, alle condizioni e secondo le forme di vita della comunità in cui un uomo si trova a vivere. E quell’educazione entra e specifica – sarei tentato di dire “personalizza” – l’identità cristiana di quell’uomo o quella donna» (D. Vitali, in E. Castellucci, La spiritualità diocesana, Gorle (Bg) 2004, 76). Ancora di più ciò è vero per il ministero ordinato: ogni prete è in certo qual modo “segnato” dall’insieme delle relazioni all’interno della sua Chiesa e del suo presbiterio. Tutto questo si riflette sull’esercizio del suo ministero, ma anche, più in radice, sulla sua identità di prete, “caratterizzata” da un’appartenenza non “accidentale” alla sua Chiesa e al suo presbiterio. Ecco perché bisogna ribadire e sottolineare anche che «È necessario che il sacerdote abbia la coscienza che il suo “essere in una Chiesa particolare” costituisce, di sua natura, un elemento qualificante per vivere la spiritualità cristiana. In tal senso il presbitero trova proprio nella sua appartenenza e dedicazione alla Chiesa particolare una fonte di significati, di criteri di discernimento e di azione, che configurano sia la sua missione pastorale sia la sua vita spirituale”. Si tratta di una materia importante, in cui si deve acquisire una visione ampia, che tenga conto di come “l’appartenenza e la dedicazione alla Chiesa particolare non rinchiudono in essa l’attività e la vita del presbitero: queste non possono affatto esservi rinchiuse, per la natura stessa sia della Chiesa particolare sia del ministero sacerdotale” […] Al presbitero deve essere ben chiaro che una sola è la Chiesa! L’universalità, ovvero la cattolicità, deve riempire di sé la particolarità» (Congregazione per il Clero, Il presbitero, pastore e guida della comunità parrocchiale, 17).
don Mario Gullo
