La rubrica “Custodi di un fuoco”, a cura di don Mario Gullo, propone ogni settimana una riflessione sulla spiritualità del presbitero e del Popolo di Dio che approfondisce la vita della Chiesa alla luce del Concilio Vaticano II
Nella formazione e nella custodia della spiritualità diocesana il presbiterio è uno dei soggetti privilegiati.
Se ogni Chiesa particolare ha un suo profilo specifico, un suo cammino nello Spirito originale e unico – perché unica e mai uguale a un’altra è questa Chiesa – va da sé che la custodia di questa specifica identità ecclesiale ricade soprattutto sul presbiterio.
Infatti la spiritualità diocesana si alimenta di conoscenza del passato, di partecipazione al presente, di apertura sul futuro della Chiesa locale, nella capacità di tessere continuamente un progetto che sostenga il cammino della comunità cristiana.

Si tratta di un coinvolgimento nel vissuto della diocesi che cresce nella misura della dedicazione alla propria Chiesa; ovvio che esso riguardi soprattutto quanti sono impegnati in prima persona e a tempo pieno nel servizio pastorale a favore di quella Chiesa.
Quantunque si sostenesse che la spiritualità diocesana dipende dal Vescovo, principio di unità della sua Chiesa, è evidente che questo non avviene e non può avvenire senza il presbiterio.
Ciò vale tanto nei fatti che per principio. Qualora un Vescovo ne rivendicasse l’esclusiva, nei fatti sono i ministri ordinati, quotidianamente coinvolti nella vita del popolo di Dio, ad attuare qualsiasi piano pastorale.

Radicalmente il Vescovo è sempre «coadiuvato dal suo presbiterio» (Christus Dominus, 11): «I presbiteri, saggi cooperatori e aiuto e strumento [adiutorium et organum] dell’ordine episcopale, chiamati a servire il popolo di Dio, costituiscono un solo presbiterio con il loro Vescovo, sebbene destinato a uffici diversi» (Lumen Gentium, 28).
Anche senza voler ammettere che il Vescovo è principio di unità “dentro” e non “sopra” il suo presbiterio, quale principio personale di unità di un collegio (in analogia al rapporto tra Papa e collegio dei Vescovi), resta comunque impossibile l’esercizio della sua funzione senza la collaborazione del “suo” presbiterio.

Tanto il Vescovo quanto il suo presbiterio sono perciò responsabili, si potrebbe dire in solidum, del cammino nello Spirito della Chiesa particolare.
Certamente spetta e compete al Vescovo di tracciare gli orientamenti per la sua Chiesa, ma sarebbe quantomeno strano e anomalo che non lo facesse audito presbyterio (ma anche audito populo): tutto questo può essere ben significato e attuato dagli organismi di partecipazione previsti dal Codice di Diritto Canonico che il cammino sinodale ha tanto sponsorizzato.
Compete al presbiterio attuare, alle condizioni della comunione e della corresponsabilità, tali orientamenti condivisi.

Un presbiterio servirebbe la sua Chiesa poco e male se non fosse dedicato con tutte le forze al suo servizio, e se non fosse all’altezza di tale compito.
Così anche poco e male servirebbe la sua Chiesa (stravolgendone il profilo) quel Vescovo che, non avendo esitazione di conoscere a fondo la storia della diocesi, si accontentasse di amministrare uno status quo senza entrare nel vissuto del popolo che gli è affidato, calando dall’alto programmi estranei alla condizione concreta dei suoi fedeli e contentandosi di una ripetizione stereotipa di modelli ecclesiali.
Una delle mansioni principali del pastore è perciò quella di promuovere tutto il suo presbiterio.
Un basso livello di vita spirituale ma anche di preparazione teologica e pastorale dei preti determinerà quasi inevitabilmente (anche se non automaticamente) un impoverimento della vita cristiana; un presbiterio diviso sortirà una Chiesa divisa o quantomeno frammentata, incapace di comunione.
Questo dato pone in termini radicali la questione tanto dell’ammissione agli ordini sacri come dell’incardinazione. Non saranno magari casi frequenti, ma sorprende trovare nei seminari o nelle aule delle facoltà teologiche candidati al sacerdozio che affrontano con superficialità gli studi, certi che il Vescovo li ordinerà comunque, in forza della carenza di ministri.

Né la problematica si circoscrive alla sola preparazione teologica: a volte il profilo umano dei candidati al sacerdozio è così mediocre, da lasciare forti dubbi sui criteri di discernimento che hanno determinato l’ammissione.
Dei preti mediocri non saranno all’altezza del compito di guidare una comunità e determineranno gioco-forza uno scadimento della vita cristiana. Ma queste questioni sono molto delicate, variano a seconda dei casi e sono occasione di tante competenti riflessioni sulle quali qui non possiamo soffermarci.
La medesima riflessione si può fare sulla facilità con cui si incardinano a volte nel presbiterio ministri di culto (a questo poi, purtroppo, si riducono) estranei al vissuto della Chiesa particolare, che nulla o poco sanno della sua storia e spesso non sono in grado di stabilire una minima relazione con la comunità, mancando anche di una conoscenza adeguata della lingua.
Non sto affermando che l’incardinazione di candidati al sacerdozio provenienti da altri Paesi sia necessariamente un male: lo scambio di doni e di servizi è sempre stato una ricchezza nella Chiesa. Un male lo diventa quando non si pongono le condizioni per una effettiva “inculturazione” e le difficoltà aumentano ancora di più quando la percentuale di queste presenze è tale da compromettere l’identità del presbiterio e, a lungo andare, anche quella della Chiesa particolare.
Con la conseguente disaffezione, per esprimersi eufemisticamente, del popolo di Dio.

A ben ragione afferma don Michele Gianola, Sotto-Segretario della Conferenza Episcopale Italiana e Direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale delle vocazioni della stessa CEI: «I dati non devono allarmare, ma vanno seriamente presi in considerazione perché intercettano la domanda sulla fecondità vocazionale delle nostre Chiese italiane, gli orizzonti della pastorale giovanile e scolastica, ridondano sulla vita e il ministero dei presbiteri e delle comunità di vita consacrata. Evidenziano l’inquietudine espressa da Papa Francesco nel discorso di apertura della 71ª Assemblea generale della Cei, il 21 maggio 2018 quando si è detto “preoccupato per l’emorragia delle vocazioni”. In questo senso, soluzioni di ripiego hanno già mostrato la loro fragilità in vista di una risposta adeguata: ragionare con prospettive di medio o, addirittura, corto respiro, può sterilizzare la generatività della comunità. Occorre ricordare che le vocazioni vengono generate dalla Chiesa madre; a volte, viene dimenticata o trascurata questa capacità generativa. Una Chiesa che non genera i suoi pastori, che non è feconda delle vocazioni laicali, matrimoniali e di vita consacrata è una Chiesa in affanno. Tornare a respirare non significa necessariamente crescere di numero ma intuire, discernere sinodalmente e percorrere con coraggio vie di rinnovamento ecclesiale nel fresco solco del Concilio Vaticano II».

Anche se viviamo in un periodo di transizione in cui l’antico sta svanendo e il nuovo non è ancora apparso con chiarezza queste tracce potrebbero continuare ad essere non solo una pista di riflessione o una occasione per non avere paura, nonostante tutto, ma, addirittura una “sveglia” per ridestare la spiritualità diocesana del presbiterio e ricordargli che, oltre alla sempre invocata“moderazionee prudenza”, non ci si dimentichi della profezia che, a volte, sembra una missione scomparsa, forse perché spesso è scomoda.
Non basta ricordare i profeti del passato per consolarci, bisogna continuare ad esserlo oggi nel vissuto quotidiano di ciascuna Chiesa locale.
don Mario Gullo
