CHIESA / Le Indicazioni Pastorali 2026-27 del vescovo Raspanti

Ottobre 2026

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Cari Fedeli,

Con animo grato ci accostiamo al nuovo anno pastorale sia per quanto abbiamo vissuto insieme nel recente passato, sia per il dono del tempo nuovo che si apre innanzi a noi. Riceviamo la sollecitazione da parte del Santo Padre e del Sinodo dei Vescovi, oltre che dalle Chiese sorelle d’Italia, a segnare gli ulteriori passi della sinodalità, per vivere in sintonia con tutta la Chiesa. Abbiamo tra le mani dei documenti che disegnano la mappa di orientamento del nostro cammino. Nell’ottobre 2025 con le Chiese che sono in Italia abbiamo redatto e votato il Documento di sintesi del Cammino sinodale, Lievito di pace e di speranza. Lo scorso maggio l’Assemblea dei vescovi italiani ha approvato le Linee di orientamento per l’attuazione di quel Documento di sintesi, Radicati e costruiti in Cristo. Lo scorso luglio S.E. il cardinale M. Grech ci ha inviato un testo per accompagnare i vescovi e le équipe sinodali in vista dell’assemblea di valutazione delle Chiese locali, Fare memoria. Le pagine che vi rivolgo desiderano indirizzare i passi della nostra Chiesa diocesana secondo le indicazioni di questa mappa, tentando di individuare con tutti voi, clero, consacrati e laici, la volontà dell’Altissimo per seguirla fedelmente.

  1. Desidero dire che mi sembra prevalente a questo punto del nostro cammino pastorale assumere la sinodalità anzitutto come stile e metodo, da vivere a fondo giorno per giorno nelle relazioni ecclesiali e nella prassi. Lo scopo da focalizzare sempre meglio e a cui improntare ogni nostra iniziativa è l’annuncio missionario del Vangelo. Per questo propongo, quasi anticipando e solo a modo di esempio e dal mio punto di osservazione/responsabilità, un racconto di segmenti di cammino che abbiamo vissuto insieme. È quel che chiede Fare memoria per l’anno in corso, che culminerà in un’assemblea ecclesiale diocesana da tenere a principio dell’estate 2027. Apro il racconto dichiarando la griglia sulla quale intesserlo; essa mi è data dal Documento Finale del Sinodo dei Vescovi del 2024, che già citavo lo scorso anno: «Il discernimento ecclesiale, la cura dei processi decisionali e l’impegno a rendere conto del proprio operato e a valutare l’esito delle decisioni assunte sono pratiche con le quali rispondiamo alla Parola che ci indica le vie della missione. Queste tre pratiche sono strettamente intrecciate» (nn. 79-80). Di queste tre pratiche quest’anno desidero porre l’accento sul rendere conto o verificare il proprio operato, avendo già assunto delle decisioni in alcuni campi a seguito di un discernimento ecclesiale. Come però si dice nel testo appena citato, le tre pratiche s’intrecciano; ed è proprio così! Per «fare memoria del cammino compiuto e prendere consapevolezza dei suoi frutti» (Fare memoria, p. 5), desidero raccontare due azioni, fra le tante possibili, che abbiamo intrapreso e che nell’anno entrante arrivano a un compimento: l’adeguamento liturgico della cattedrale e l’emanazione di Linee guida su pietà popolare, feste patronali e processioni.
    1. Adeguare l’area celebrativa della cattedrale è un atto impegnativo e grave, perché tocca il nucleo vitale della chiesa diocesana. Sebbene mi si esprimessero molte resistenze, ho preso la decisione iniziale di intraprendere tale adeguamento in obbedienza al rinnovamento della liturgia auspicato dalla Chiesa. Non volendo, tuttavia, proporre le soluzioni personali di singoli, ho scelto di iniziare il cammino con il sostegno degli uffici della Conferenza Episcopale Italiana, cioè immergendoci nella comunione che lì si esprime e prende corpo.

È iniziato pertanto anche il cammino che ha coinvolto via via i nostri uffici diocesani, il presbiterio, il popolo di Dio, tramite le complesse procedure messe in atto. Le idee progettuali sono state prodotte da questi svariati incontri, fino a produrre dei documenti sui quali si è basato il bando nazionale. La commissione giudicante le proposte progettuali presentate è stata composta dalle varie componenti ecclesiali ed artistiche, locali e nazionali, fino alla scelta del vincitore, che presentava l’idea meno invasiva nei riguardi dell’esistente struttura. Anche questa è una precisa scelta di ascolto delle generazioni passate, alla quale si è aggiunto l’ascolto e il dialogo con le autorità civili, ma anche con una postilla di incontri con fedeli e cittadini che hanno a cuore la nostra cattedrale.

Sono stati anni di cammino, con inevitabili contraccolpi e punte anche polemiche o incomprensioni, che però producono ai miei occhi almeno due risultati positivi: abbiamo camminato insieme, nel rispetto dei differenti ruoli e con la decisione finale affidata al vescovo; abbiamo preso coscienza che il monumento in questione, caro a tutti, non è mai stato e mai sarà immutabile (sarebbe una sclerosi), bensì è vivo, palpitante, soggetto a mutazioni e interventi che esprimono una comunità viva. Ovviamente non desidero fare un’apologia del risultato, inevitabilmente contingente e discutibile, bensì raccontare un’esperienza di relazioni complesse che toccano il profondo del vissuto di tutti.

  1. Diverso ma non meno impegnativo è il caso della pietà popolare, in quanto coinvolge direttamente il protagonismo e il senso di appartenenza alla chiesa e insieme a una comunità civile di migliaia e migliaia di L’esigenza di metter mano alla disciplina che regola le espressioni di questa pietà risale a parecchi anni fa e manifesta un certo disagio di buona parte del clero e di tanti laici. Non è nemmeno una novità, perché già la Diocesi nel 1992, con la guida del mio predecessore S.E. mons. G. Malandrino, si era espressa componendo un prezioso Direttorio Liturgico Diocesano, comprendente un capitolo sull’argomento. Si ripeteva spesso in diverse occasioni che esso andava aggiornato, seppur per altro verso rimaneva valido e non del tutto osservato. È come se lo scorrere del tempo esigesse una ripresa e una revisione, sia perché il tessuto ecclesiale frattanto è mutato, sia perché il passaggio delle prassi alle nuove generazioni non è automatico e tendenzialmente altera il delicato equilibrio richiesto in simili campi.

In particolare, si richiede qui una coerenza interna tra la fede vissuta, praticata e celebrata. Proprio nel momento celebrativo, che esprime pubblicamente e comunitariamente la fede, emergono talune incoerenze. Anche il Direttorio su Pietà Popolare e Liturgia (della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti risalente al 2002) al n. 48 spiega che «il corretto rapporto tra Liturgia e pietà popolare viene turbato allorché nei fedeli si attenua la coscienza di alcuni valori essenziali della Liturgia stessa». Tra le cause di tale affievolimento vengono segnalate: 1) la debole consapevolezza o la diminuzione del senso della Pasqua e del posto centrale che essa occupa nella storia della salvezza; 2) l’affievolimento del senso del sacerdozio universale in virtù del quale i fedeli sono abilitati a «offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» e a partecipare pienamente, secondo la loro condizione, al culto della Chiesa; 3) la non conoscenza del linguaggio proprio della Liturgia – la lingua, i segni, i simboli e i gesti rituali…– , per cui ai fedeli sfugge in gran parte il significato della celebrazione. Ciò può ingenerare in essi l’impressione di essere estranei all’azione liturgica; allora sono facilmente indotti a preferire i pii esercizi, il cui linguaggio è più conforme alla loro formazione culturale, o le particolari devozioni più rispondenti a esigenze e situazioni concrete della vita quotidiana.

Se pertanto, a decenni di distanza da questi documenti vediamo che la nostra cultura si è maggiormente secolarizzata e allontanata dal pensare e dal vivere da cristiani, si comprende che l’equilibrio tra espressioni della pietà popolare e la fede ecclesiale si è ulteriormente turbato. Il clero, nondimeno, in linea generale ha apprezzato queste espressioni e ha tentato nei decenni scorsi di attenersi alla disciplina indicata. Occorre però notare che alcuni presbiteri sono stati troppo accondiscendenti verso tendenze al protagonismo e alle invenzioni di confraternite e comitati, talvolta presi anche loro dalla voglia del successo esterno o, per altro verso, poco interessati a governare bene i processi, anche per non venire a scontri e tensioni.

Sperimentando di persona quasi tutte le feste celebrate in Diocesi e ascoltando il disagio manifestato pressoché da tutto il clero e da tanti fedeli, ho dato inizio al processo di discernimento, coinvolgendo le varie componenti ecclesiali, dal clero, agli organismi di partecipazione, agli uffici pastorali diocesani. È venuta fuori la constatazione che le prassi differiscono nei vari territori e nei centri abitati della Diocesi; pertanto, pur non pretendendo di emanare linee guida dettagliate uguali per tutti, non si è voluto rinunciare a definirne alcune generali, entro le quali i singoli vicariati e persino caso per caso si dessero delle norme con le quali ridurre il divario tra manifestazioni popolari della fede e il vissuto ecclesiale genuino. Queste Linee consegniamo all’inizio del presente anno pastorale, con la fiducia di rispondere alle sollecitazioni dello Spirito, che ci giungono dai vissuti.

Anche in questo campo osservo il conseguimento di almeno tre risultati positivi: la consapevolezza di assumere una responsabilità comune che non esclude, bensì include e richiede la responsabilità personale da esercitare in rispondenza del proprio ufficio, senza nascondimenti o rilassamenti; la necessità di camminare insieme coordinando le azioni e comprendendo le differenze; la consapevolezza di svolgere un compito delicato che va a toccare il cuore del Vangelo in quanto accolto dal popolo con il suo genio e la sua cultura.

  1. Siamo diretti verso un’Assemblea di valutazione, che è così definita dal Sinodo dei Vescovi: «è l’occasione in cui una Chiesa locale si raccoglie per narrare ciò che il Signore ha fatto maturare nel cammino percorso, renderne grazie e lasciarsi orientare, con rinnovata fiducia, verso i passi successivi della missione» (Fare memoria, 3). Un passaggio cruciale di questo raccogliere per narrare l’opera di Dio in noi è dare compiutezza alle decisioni assunte; non mi riferisco soltanto alle due sopra narrate, bensì alle tante altre che costituiscono la griglia di riferimento di singole azioni del nostro ministero pastorale. Per dare ad esse compiutezza mi sembra che occorra insistere sul render conto o verifica, atto che implica anche i soggetti a cui rendere conto o verificare e le modalità. Non si tratta solo di fotografare l’esistente, rilevando aspetti positivi e mancanze, ma anzitutto di spingere fino in fondo il processo consistente nel discernere, decidere e attuare. Solo pervenendo a questo punto la valutazione assume fondatezza.

Comprendo che ciò possa in alcune circostanze imbarazzare, perché può farci pensare a un sistema di controllo; eppure questo è uno dei passaggi essenziali di ogni prassi che si rispetti e non si esaurisce affatto nei suoi aspetti esteriori e quasi coattivi. Se riflettiamo meglio, ricorderemo che passaggi come questo sono piuttosto un evento strettamente spirituale, perché spronano e manifestano la libertà che abbiamo guadagnato gratuitamente divenendo cristiani, aiutano la lotta alle tendenze lasciate in noi dal peccato originale, assicurano la pace del cuore e la rettitudine dell’intenzione. Dare per scontata l’attuazione delle prassi decise indubbiamente sollecita la responsabilità personale, ma rischia anche di far scivolare nell’individualismo e nella mancanza di cura e di attenzione verso i fratelli. Per altro, soltanto la verifica dell’attuazione dice meglio se le decisioni prese sono valide e adeguate al raggiungimento dello scopo prefissato.

Ribadisco che render conto e verificare sono un atto spirituale in senso forte, cioè esprimono il dinamismo nel quale siamo stati immessi con i sacramenti, che è la vita stessa del Dio trino in noi. Spiego meglio. Nella beata Trinità la comunione rende uno il nostro Dio, non cancellando o fondendo le tre Persone, anzi distinguendole fino a costituire la proprietà di ciascuna. Così se il Padre non fosse legato al Figlio nell’atto generativo, e questo atto non fosse unico e identico, quello stesso cioè con il quale il Figlio si riceve e si offre al Padre, non avremmo né unità né proprietà personali, e non avremmo la terza Persona, lo Spirito. Se impensabilmente il Padre si slegasse dal Figlio e si costituisse a sé, Dio cadrebbe nel nulla. L’unità costituisce le distinzioni personali e le consolida. Le stesse missioni, del Figlio e dello Spirito, non solo non rompono l’unità, ma da essa sono sostenute e per essa si compiono perfettamente: la risurrezione di Gesù Figlio e la glorificazione delle creature.

Questa è la nostra vita, ricevuta nei sacramenti, per la quale esistiamo e siamo mandati ad annunciarla fino a essere strumento della sua attuazione piena in ogni creatura. Le relazioni e le operazioni ecclesiali possono soltanto esprimere questa vita, altrimenti cadono nel nulla, tradendola. Da esse nasce la missione della Chiesa, e non certo da progetti umani e tattiche di espansione. Esse nondimeno sono minacciate continuamente dal peccato e dalle sue conseguenze, per quanto siamo certi che per la fedeltà di Dio non potranno essere distrutte. La nostra apertura ad accogliere questa vita è il solo compito che ci spetta; ciò nella vita pubblica della comunità si realizza tramite la nostra attenzione ad approntare e seguire una disciplina e delle regole sempre trasparenti e fedeli alla Parola di Dio. Ecco perché la verifica di come si seguono le disposizioni ecclesiali allontana gli attentati alla vita divina in noi. Questo accade quando ognuno fa la propria parte secondo il dono ricevuto. Ecco perché verificatore e verificato non sono in contrapposizione, bensì in piena comunione, rimanendo fedeli ciascuno al proprio mandato.

Lontani da ogni spirito giustizialista o legalista, e rimanendo nella comunione dei cuori in Cristo, come accade nella celebrazione eucaristica, invito ogni fedele della nostra Chiesa a esercitare il dono ricevuto in piena responsabilità. Intendo sia le piccole relazioni parrocchiali, con le attività connesse, sia le relazioni interparrocchiali e diocesane, secondo i ministeri affidati ai singoli e agli organismi costituiti. Ricordo, come per altro spesso già accade nelle nostre relazioni, che l’attitudine di ogni verifica è aiutarsi scambievolmente a svolgere al meglio i compiti affidati e ogni osservazione o eventuale diniego mira al consolidamento della vita cristiana e della sua missione. Per altro, scopo ultimo di ogni verifica non è quello di cristallizzare una legislazione vigente, facendola osservare fino alle virgole, bensì quello di valutare le scelte fatte e aderire sempre di più al Dio che guida la Chiesa e la storia umana; il render conto vissuto in questo spirito apre il futuro, non lo chiude in norme da osservare per se stesse: «Nella Scrittura, fare memoria significa riconoscere la fedeltà di Dio nella storia per imparare a discernere il presente e aprirsi al futuro che Egli prepara ben più che volgere lo sguardo al passato» (Fare memoria, pag. 3). Solo per fare un esempio di un compito che ci aspetta ormai imminente, guardiamo alla catechesi, sia dei fanciulli sia degli adulti, e alla necessità di ripensarla, accogliendo anche i contributi che provengono dalla Conferenza Episcopale Italiana e Siciliana.

Nei prossimi mesi dovremo insieme fissare meglio, con i vari organismi ecclesiali, i soggetti e le modalità delle procedure suddette. Affidiamo questi propositi a Maria, madre della Chiesa, e ai nostri santi patroni, così presenti nella vita quotidiana di ciascuno di noi.

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1 Ottobre 2026
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