RUBRICA “Custodi di un fuoco” / la centralità della Cattedrale, luogo della memoria nella Chiesa locale

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La rubrica “Custodi di un sogno” propone ogni settimana una riflessione sulla spiritualità del presbitero e del Popolo di Dio a cura di don Mario Gullo, che approfondisce la vita della Chiesa alla luce del Concilio Vaticano II



Nello scorso articolo dicevamo che «ogni Chiesa è chiamata a interrogarsi sulle sue radici, a conoscere la sua genesi, la sua storia dalla erezione fino a oggi, gli eventi che hanno intrecciato la sua vicenda, le persone – in particolare i santi – che hanno inciso sulla sua vita; la sua geografia con le comunità che compongono la Chiesa locale, i luoghi più significativi della sua vita di fede, che costituiscono un po’ come i luoghi della memoria, e che esprimono quello che si può definire il genius loci».

Una particolare importanza, tra tutti i luoghi di questa “geografia dello Spirito”, riveste la Chiesa madre della diocesi, la cattedrale. Certamente il suo valore simbolico è legato alla figura e funzione del vescovo, centro di unità della Chiesa locale.

Ciò viene precisato dalla Sacrosanctum Concilium quando afferma che «il vescovo deve essere considerato come il grande sacerdote del suo gregge, dal quale deriva e dipende in certo modo la vita dei suoi fedeli in Cristo. Perciò – continua il testo – bisogna che tutti diano la più grande importanza alla vita liturgica della diocesi intorno al vescovo, principalmente nella chiesa cattedrale: convinti che la principale manifestazione della Chiesa si ha nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima eucaristia, alla medesima preghiera, al medesimo altare cui presiede il vescovo circondato dal suo presbiterio e dai suoi ministri» (SC 41).

La costituzione conciliare sulla sacra liturgia non sottolinea tanto la cattedrale come edificio, ma la vita liturgica della diocesi quale «praecipuam manifestationem Ecclesiae». Tuttavia, «la partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni» avviene “principalmente” (praesertim) nella cattedrale.

In essa risiede il “luogo” sommamente simbolico della manifestazione della Chiesa locale, dove sta la cattedra e l’altare del vescovo, che è il centro visibile dell’unità. 

La cattedrale può essere definita come il “luogo” della memoria della Chiesa locale, che mantiene viva, anche attraverso i tempi, la sua identità: si susseguono i vescovi con il passare delle generazioni, ma la cattedra è sempre quella, quello l’altare, generalmente con le reliquie dei patroni che stanno all’origine della Chiesa particolare.

È chiaro che la sua importanza dipende dalla presenza “qui e ora” del vescovo.

È celebrando il culto a Dio nell’unita di tutti – popolo di Dio e presbiterio – intorno al vescovo che la Chiesa si rende e si manifesta presente in un luogo come Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.

La forza di identità che la cattedrale porta con sé come “madre di tutte le Chiese” della diocesi non dipende tuttavia dalla sola presenza del vescovo ma dal fatto che tale presenza – necessaria perché esista qui e ora una Chiesa particolare – s’inserisca in una successione ininterrotta di pastori che rivela il cammino di una comunità nella storia, segno vivo della presenza di Dio tra gli uomini attraverso le generazioni. Ossia la Chiesa locale poggia sul principio della successione apostolica, come – almeno nel caso delle Chiese antiche, dove era rispettato al massimo il simbolismo liturgico – il presbiterio della Chiesa cattedrale (e quindi l’altare e la cattedra del vescovo) poggiava sulle colonne della cripta (molto spesso nel numero di 12) dove erano collocate le reliquie dei santi patroni di quella Chiesa.

La centralità della Chiesa cattedrale nella vita liturgica della diocesi non comporta però una concentrazione o una reductio ad unum di tutta la vita di una Chiesa locale. Chiede piuttosto il riconoscimento di un principio di unità che mantiene nella comunione tutte le assemblee di fedeli che si costituiscono nell’ambito della Chiesa locale.

La Sacrosanctum Concilium precisa che il vescovo, non potendo nella sua Chiesa locale «presiedere personalmente sempre e ovunque l’intero gregge, deve necessariamente costituire delle assemblee di fedeli, tra cui hanno un posto preminente le parrocchie, organizzate localmente sotto la guida di un pastore che fa le veci del vescovo: esse infatti rappresentano in certo modo la Chiesa stabilita su tutta la terra. Perciò la vita liturgica della parrocchia e il suo legame con il vescovo devono essere coltivati nell’animo e nell’azione dei fedeli e del clero» (SC 42).

Quindi viene sottolineato che la Chiesa deve essere là dove vive il popolo di Dio.

Non si tratta di una questione solo pastorale, legata all’organizzazione amministrativa della diocesi: la vita ecclesiale, in forza del principio dell’incarnazione, si dà in senso più adeguato là dove il popolo di Dio vive e dove Dio lo raggiunge.

Detto questo, si comprende come non corrisponda a verità certa prassi ecclesiale che tende a concentrare tutta la vita della Chiesa locale a livello diocesano.

Laddove esiste la sovrapposizione dei centri pastorali diocesani alla vita delle parrocchie, la continua richiesta di costituire livelli superiori di attività che non permettono la vita “normale” delle comunità, di fatto rischia di indebolire il radicamento della vita ecclesiale, consegnandola a percorsi estranei ai ritmi della vita che sono il terreno feriale dove i semi della santità battesimale del popolo di Dio germogliano e portano frutto. 

don Mario Gullo

 

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22 Luglio 2026
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