La rubrica “Custodi di un sogno” propone ogni settimana una riflessione sulla spiritualità del presbitero e del Popolo di Dio a cura di don Mario Gullo, che approfondisce la vita della Chiesa alla luce del Concilio Vaticano II
Sino ad adesso abbiamo cercato di dimostrare, in modo fondato, che la spiritualità diocesana è possibile.
Ma quali sono i suoi elementi costitutivi e i tratti che l’identificano?
Qual è il volto di una Chiesa particolare, la specificità della sua vita cristiana?
Questi quesiti possono apparire strani a chi è abituato a pensare un modello unico di vita cristiana. L’obiezione sarebbe che la vita teologale, e quindi la spiritualità cristiana, mai potrà prescindere dalla fede, speranza e carità, le quali in ogni tempo e a ogni latitudine sono e continueranno a essere le strutture portanti, sempre necessarie, della vita in Cristo. Tutto questo è verissimo. E, tuttavia, questa vita si sviluppa in modi diversi a seconda dei tempi e dei luoghi in cui “avviene”. Tutta la storia della spiritualità cristiana ne è un’evidente dimostrazione.
In sostanza, si tratta del principio dell’incarnazione.
Cercherò di spiegarlo- definendo di conseguenza la spiritualità diocesana- facendo un parallelo con la vita umana: l’identità di una persona non si può definire senza riferimento alla sua storia, la quale affonda le radici in un ambiente, con una mentalità e un vissuto che segnano e caratterizzano chi vi appartiene.

Un figlio, che già riceve il bagaglio genetico dei genitori, cresce anche secondo l’educazione (o la non-educazione) che gli viene impartita e matura la sua identità in relazione all’ambiente e alla cultura in cui vive. Per la maturazione della personalità di un uomo il processo educativo non è mai indifferente: ambienti e processi educativi diversi producono risultati differenti nello sviluppo dell’identità personale. Questo è vero anche per l’esistenza cristiana: la vita ricevuta “nella fede della Chiesa”– di quella determinata Chiesa, che genera nuovi figli alla fede- si sviluppa in quell’ambiente, alle condizioni e secondo le forme di vita della comunità in cui una persona si trova a vivere.
Questa educazione entra e specifica- sarei tentato di dire “personalizza”- l’identità cristiana di quell’uomo o di quella donna.
Tale analogia non si applica unicamente ai singoli credenti ma vale anche per ogni Chiesa locale. Non si può cogliere l’identità di una Chiesa al di fuori della sua storia, di un passato che ne configura l’identità attraverso la memoria. Quella storia, infatti, assomiglia a una sorta di processo educativo che ha portato ogni Chiesa a vivere la fede in un certo modo, riconoscendosi ed esprimendosi in forme di vita cristiana piuttosto che in altre.

A livello ecclesiale, il principio dell’incarnazione si manifesta attraverso la tradizione viva della Chiesa: «Una generazione narra all’altra le tue opere, racconta i tuoi prodigi» (Sal 145,4).
La tradizione non si riduce alla ripetizione meccanica di una dottrina immodificabile ma alla predicazione del Vangelo, che in ogni luogo in cui è proclamato, fiorisce in forme diverse che portano in sé un’originale comprensione dell’evento cristiano, vale a dire una spiritualità.
Si tratta di una storicizzazione della fede che conferisce alle diverse comunità cristiane un modo originale di vivere l’unica spiritualità cristiana – l’universale vocazione alla santità (Cfr LG 39-42) – nei modi e nelle forme determinate (analogamente, come abbiamo affermato, al processo riguardante l’educazione) dall’identità di quella Chiesa nella quale un cristiano è nato ed è cresciuto. Il fatto che poi tali forme di vita cristiana possano svuotarsi, sclerotizzarsi, perdere capacità di toccare il cuore e ridursi magari a forme di devozionalismo, se non di superstizione (dimostrazione ne sono varie forme di pietà popolare), è nell’ordine delle cose di questo mondo.
Per questo ogni chiesa è chiamata a interrogarsi sulle sue radici e a tornarci spesso, a conoscere la sua genesi, la sua storia dall’erezione fino a oggi, gli eventi che hanno intrecciato la sua vicenda, le persone – in particolare i santi – che hanno inciso sulla sua vita; la sua geografia con le comunità che compongono la Chiesa locale, i luoghi più significativi della sua vita di fede, che costituiscono un po’ come i luoghi della memoria e che esprimono quello che si può definire il genius loci.
Il vissuto della Chiesa, naturalmente, non può ridursi alla sola conoscenza né alla ripetizione di quelle forme di vita, per quanto gloriose, ma nemmeno può prescinderne, pena lo sradicamento, come un albero cui venissero tagliate le radici. Invece ne deve ritrovare la vena profonda, riguadagnando in modo nuovo e creativo, secondo le situazioni di oggi, l’intenzione originaria e le condizioni che nel passato avevano permesso di sviluppare forme vive di testimonianza cristiana, personale e comunitaria.

Distogliendo lo sguardo profetico che lo Spirito elargisce dalla memoria del passato, la vita di una Chiesa rischia di essere come il seme della parabola che cade sul terreno sassoso. Ma si sa che la vita di una pianta dipende da quanto le radici affondano robustamente nel terreno e pescano la linfa. Altrimenti non solo non porterà frutto ma sarà anche destinata a inaridire e seccare.
don Mario Gullo
