Don Carmelo Raspa, riflessione sulla morte della piccola Elena

Facebooktwitterpinterestmail

Omicidio, Collettività, Vangelo

Riflessione di don Carmelo Raspa

Nei racconti greci (si pensi a Edipo) e in quelli biblici (cfr 2Sm 21,1) il delitto attira, a volte, il castigo su tutta la città, manifestandosi come peste o carestia o qualcosa di simile. La pena collettiva è volta a far prendere consapevolezza del fatto che del reato si è tutti colpevoli e non soltanto colui che lo compie. Vi è una società che con le sue strutture e i suoi parametri culturali ha prodotto il misfatto: ecco, quindi, che la condanna abbraccia tutti i suoi membri, perché tutti possano rendersi conto della gravità della loro colpa. L’omicidio è stato commesso, senza loro mano, dalla mano di chi essi hanno generato, in fondo. Si chiede l’espiazione, si compiono riti di purificazione, si eleva il grido che chiede perdono.

La memoria sociale attuale naviga in una sorta di inconsapevolezza del proprio peccato. Si chiede con forza la condanna della persona imputata oppure si rinuncia al giudizio; altri ancora si rinchiudono in un silenzio sdegnato, altri si abbandonano alle lacrime. Un intervento sui nuovi mezzi di comunicazione, ma la vita scorre. Non vi è nessuna pena collettiva a rallentare i ritmi, a bloccare le azioni in un immobilismo atterrito, non si leva nessuna voce a chiedere liberazione e giustizia. Ognuno continua a perseguire ostinatamente il proprio cammino. L’assenza di un castigo collettivo, che non viene dall’alto, non è opera della divinità, ma sembra generarsi dal delitto stesso, innesca la perdita della consapevolezza della responsabilità sociale e, di conseguenza, produce una cancellazione dell’espiazione intesa come ristabilimento della giustizia. Per quest’ultimo basti saper leggere la parabola del buon samaritano (cfr Lc 10,25-37) il quale, applicando la legislazione biblica (cfr Es 21,18-19), pur non essendo lui il colpevole, si fa comunque carico della colpa per ristabilire l’integrità. L’azione del samaritano investe la giustizia sociale, che è il modo in cui dovrebbe intendersi la carità cristiana.

Un delitto è frutto di una società che registra delle crepe. La nostra è caratterizzata da una fretta inarrestabile, dalla creazione, cui segue il soddisfacimento, di bisogni non naturali e non necessari, per dirla alla maniera epicurea (l’apostolo Paolo riposta il proverbio secondo cui “tutto è lecito, ma non tutto è utile”: cfr 1Cor 10,23), da un mancato ascolto, da una certa indifferenza, da un narcisismo che sfiora la patologia, da un’assenza di modi e luoghi nei quali manifestare l’aggressività frutto della frustrazione. Vi è un’estraneità tragica e una soppressione del grido del dolore che conduce all’esasperazione e si manifesta nella morte data con violenza. Quando la passione dell’ira non trova il luogo in cui dirsi e orecchie attente per ascoltarla, quando lo sguardo distratto non riesce a fermarsi con pazienza sul dolore che sanguina, ecco allora l’esplosione della rabbia portatrice di morte. Allora si assiste allo svolgersi della tragedia che, purtroppo, non genera più una catarsi: in essa non ci si rispecchia più, perché il dramma è letto solo come realtà di un individuo che non appartiene più alla collettività. La società non vuole turbare il ritmo convulso delle sue folli danze. Qualcuno può obiettare la presenza di un’epidemia di massa, che tuttavia ha prodotto, dai più grandi ai più piccoli, conseguentemente alla rivelazione che la morte è all’angolo della nostra fragilità, una corsa all’avere e al trattenere per sé come mai vista prima. L’avarizia si è fatta più grande.

La comunità cristiana non può divenire complice silenziosa e inerte di tutto questo, mentre si trastulla in questioni che andrebbero presentate e discusse diversamente, in quanto non sono certamente oziose, anche se così appaiono dal modo in cui sono presentate: esse toccano il corpo dell’amore e chiedono di essere discusse seriamente. È il vangelo che proclama che l’abilita a scelte radicali e controcorrente, le quali tuttavia esprimono la pienezza dell’umanità. Se i cristiani sono come l’anima nel mondo è perché nulla di quanto è pienamente umano risulta estraneo al vangelo. La vita cristiana è pienezza di umanità: e l’umanità è capacità di abbracciare i limiti, possibilità di arrestarsi, elogio della lentezza, accoglienza della debolezza, disciplina del tempo e dei luoghi, capacità di dirsi e dire dei “no” quando necessario, ascolto a perditempo, mentre ci si fa carico della vita di chi ci si prende cura, totalmente, senza risparmiarsi, perché l’elemosina di un po’ di cibo, di un po’ di tempo o di un po’ di denaro non serve a nessuno e non cambia le strutture. Il vangelo diventa attraente quando una comunità lo vive radicalmente: e questo può aiutare la società a recuperare le dimensioni della sua umanità, allo stesso modo in cui giovano alcune riflessioni di natura filosofica e morale, non necessariamente cristiane, ma scaturite dalla grandezza dell’uomo.

Se le Erinni placano il loro furore grazie alla rassicurazione da parte di Atena degli onori che saranno loro tributati dagli uomini, Medea fugge invece sul carro del sole con i figli uccisi allo sposo Giasone, mentre i figli di Saul sono dati in mano ai Gabaoniti che li uccidono compiendo vendetta, mentre la sola Rizpa rimane a vegliare i loro corpi. Storie umane, terribili, di fronte alle quali si piange quando, per un attimo, pur essendo cessato il sacrificio di espiazione, poiché tale non è la vita, si ricorda il fremito dell’istante in cui la vita la si è persa per amore.

Facebooktwitterrssyoutubeinstagram