Raspanti: “San Giuseppe padre tenero, uomo giusto e custode fedele”

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Omelia del vescovo Antonino Raspanti in occasione del 60° anniversario di sacerdozio del Cardinale Paolo Romeo, vigilia della solennità di San Giuseppe


Le letture bibliche illuminano questa solennità di San Giuseppe nel solco di quel che la tradizione della Chiesa ha creduto e compreso di quest’uomo. La preghiera colletta riassume ciò indicando Giuseppe quale custode degli inizi della redenzione e fedele cooperatore dell’opera di salvezza. Papa Francesco, volendo rinverdire la nostra amicizia con san Giuseppe nel periodo critico della pandemia, ha deciso di ripresentare alla riflessione della Chiesa la sua figura a 150 anni dalla proclamazione a Patrono della Chiesa universale, fatta dal beato Pio IX l’8 dicembre 1870.

Forse dopo Abramo, padre nella fede, Giuseppe è quell’altro uomo che più di tutti tiene insieme questi due sostantivi: padre e fede, ed entrambi ammirati nelle Scritture per essere stati riconosciuti giusti da Dio in virtù della fede. Giuseppe è nondimeno un padre particolare, ancora una volta in seconda linea, non solo rispetto ad Abramo, ma soprattutto rispetto a Maria. E Papa Francesco, che si mostra sempre sensibile alle persone di seconda linea, esalta a dovere quest’uomo, che «Ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza. A tutti loro va una parola di riconoscimento e di gratitudine». Il riferimento del Pontefice è a tutti coloro che in tempo di pandemia hanno compiuto il proprio dovere in silenzio e fedelmente, sicché «Tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà» (Patris corde).

La difficoltà di questo momento induce il Papa, e anche noi, ad approfondire in Giuseppe l’aspetto di padre nella tenerezza. La paternità di cui ci parla la Lettera ai Romani ricorda il tema della forza, cioè la discendenza e l’eredità, che sul piano naturale sono segni della forza e della ricchezza. Ma san Paolo mostra che nell’economia divina la forza e la debolezza sono considerate in ben altro modo rispetto alle valutazioni del mondo: «Quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (1Cor 1, 27-29). E mentre Abramo genera un figlio per pura grazia, perché era oltrepassata l’età della sua forza naturale di generare, Giuseppe è chiamato ad astenersi dal generare, perché questa debolezza fosse destinata a mostrare la potenza di Dio e contribuisse direttamente all’opera della redenzione.

Pur non avendo generato, tuttavia Giuseppe è amato e invocato come padre, perché «La parola della croce è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio» (1Cor 1, 18). Infatti, come Abramo, «Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: “Così sarà la tua discendenza”». Questa saldezza di speranza contro ogni apparenza e ogni pensabile avvenimento ci è narrata da san Matteo, l’evangelista consapevole che i primi saranno ultimi e gli ultimi primi.

L’esser saldi nella debolezza fiorisce nella tenerezza. Il Papa spiega felicemente questo fiorire: «Troppe volte pensiamo che Dio faccia affidamento solo sulla parte buona e vincente di noi, mentre in realtà la maggior parte dei suoi disegni si realizza attraverso e nonostante la nostra debolezza … Se questa è la prospettiva dell’economia della salvezza, dobbiamo imparare ad accogliere la nostra debolezza con profonda tenerezza».

Solo per questo aspetto desidero accostare la figura di Giuseppe, padre tenero, uomo giusto, custode fedele, a quella del sacerdote, uomo segnato dal sacramento dell’ordine, che porta il tesoro in vasi d’argilla. In ogni epoca della vita della Chiesa la storia dei pastori è costellata dalla lotta che Cristo stesso ha combattuto, storia dagli esiti ora fulgidi, ora incerti, ora decisamente negativi e tristi: grandezza e miseria dei ministri ordinati! Il cuore del Vangelo, del quale un apostolo è costituito servo e annunciatore, consiste in questa lotta cosmica che Cristo ha combattuto vittoriosamente, e alla quale chiama tra i popoli la Chiesa e in essa i ministri, perché egli la combatta e vinca anche in loro attraverso i secoli, mostrando così che il male e il peccato sono vinti solo con l’amore misericordioso, perché nessuno possa vantarsi davanti a Dio. Men che meno potranno vantarsi proprio gli apostoli e i loro successori, nei quali risplende la sovrabbondanza della grazia tramite la loro debolezza.

Il Santo Padre evidenzia ancor più chiaramente la dinamica esperienziale di questo combattimento, dal quale fiorisce la tenerezza. «Il Maligno ci fa guardare con giudizio negativo la nostra fragilità, lo Spirito invece la porta alla luce con tenerezza. È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi. Il dito puntato e il giudizio che usiamo nei confronti degli altri molto spesso sono segno dell’incapacità di accogliere dentro di noi la nostra stessa debolezza, la nostra stessa fragilità. Solo la tenerezza ci salverà dall’opera dell’Accusatore (cfr Ap 12,10). Per questo è importante incontrare la Misericordia di Dio, specie nel Sacramento della Riconciliazione, facendo un’esperienza di verità e tenerezza. Paradossalmente anche il Maligno può dirci la verità, ma, se lo fa, è per condannarci. Noi sappiamo però che la Verità che viene da Dio non ci condanna, ma ci accoglie, ci abbraccia, ci sostiene, ci perdona. La Verità si presenta a noi sempre come il Padre misericordioso della parabola (cfr Lc 15,11-32): ci viene incontro, ci ridona la dignità, ci rimette in piedi, fa festa per noi, con la motivazione che “questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (v. 24)».

Quante volte, Eminenza, in questi lunghi sessanta anni, lei non ha toccato le miserie del ministero ordinato per gli alti compiti affidatili dai Pontefici? Quante volte non avrà avuto la tentazione di puntare il dito, come tutti noi? E quante lei non ha avuto la gioia di toccare queste miserie con l’unguento dello Spirito, vedendo rinascere la vita con l’esplosione della misericordia e del perdono? Lei prese parte alla lotta di Cristo nella fase verde della sua esistenza all’interno di luoghi di speciale osservazione quali sono le nunziature. Una stagione diversa seguì a quella, quando – come mi disse – ormai avanti negli anni veniva caricato di una grande diocesi come Palermo. La vidi accostarsi fiducioso ma pensieroso a quel compito; la osservavo con curiosità e attenzione, constatando come lentamente ma assiduamente e con competenza lei affrontava ed esaminava ogni “dossier”, diceva lei, abituato così da decenni, tirando fuori e compilando meticolosamente carpette piene di fogli. E poi tutti i tentativi di creare comunione, il compito che sente suo e in certi momenti anche il suo grande cruccio, evitando di inasprire le posizioni. E adesso, da alcuni anni, vederla in mezzo a noi, quasi tornato prete nel nostro presbiterio, ad accompagnare con occhio affettuoso tanti di noi, a condividere i diversi momenti di preghiera o di convivialità della nostra piccola diocesi. Mostrandoci questa sua umanità semplice, direi che la tenerezza adesso la fa sorgere in noi, diventando, forse senza accorgersene, buona pasta che unisce. Di questo la ringraziamo di tutto cuore; e mi permetto di rivolgerle le parole che Papa Francesco usa per Giuseppe, non solo come esortazione, ma anche riconoscendo che proprio nella debolezza ultima, qual è la senilità, lei ci lascia intravedere lo sguardo più grande di Dio Padre: «Anche attraverso l’angustia di Giuseppe passa la volontà di Dio, la sua storia, il suo progetto. Giuseppe ci insegna così che avere fede in Dio comprende pure il credere che Egli può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza. E ci insegna che, in mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca. A volte noi vorremmo controllare tutto, ma Lui ha sempre uno sguardo più grande». Auguri, Eminenza.

 

Acireale, 18 marzo 2021

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