SPAZIO E TEMPO TRA SCIENZA E SAGGEZZA

Facebooktwitterpinterestmail

Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima

Francesco Pio Leonardi, teologo

L’uomo in movimento, come abbiamo visto, ha bisogno di ritrovare il segno della dimensione interiore per far fronte ai bisogni stessi della ricerca del vero (1). Questo tema abbraccia in modo peculiare la definizione degli obiettivi della ricerca, quindi dei modi di perseguirla. Più o meno dalla Rivoluzione scientifica (XVI-XVII sec.) fino ai nostri giorni si è lasciato margine di miglioramento e di credibilità alle scoperte che il progresso ha offerto all’umanità. Quello che i greci chiamavano τέχνη (téchne), per indicare grosso modo l’applicazione pratica di un determinato sapere, oggi assurge al grado di certezza e di canale privilegiato attraverso il quale entrare in contatto con la realtà. Basti pensare alla questione dei vaccini: quale risposta migliore di un antidoto comune al flagello della pandemia? Oppure, nel sociale, quale facoltà universitaria dovrebbero scegliere le nuove generazioni se non ingegneria o medicina per trovare lavoro più facilmente? Siamo alla ricerca di certezze che ci permettano di fugare ansie e perplessità. Siamo convinti che possa bastare?


La nostra intelligenza detta l’itinerario da seguire, attraversando rigorosamente una logica “dura” nella quale l’identico ricerca sé stesso, la propria ripetizione. Scriveva Henri Bergson: «[Vediamo che] l’intelligenza si sente a casa propria nella misura in cui la si lascia fra gli oggetti inerti, e specialmente fra i solidi, dove la nostra azione trova il suo punto d’appoggio, e la nostra industria i suoi strumenti di lavoro; che i concetti sono stati formati a immagine dei solidi; che, per ciò stesso, l’intelligenza trionfa nella geometria, dove si rivela la parentela fra il pensiero logico e la materia inerte, […] con la certezza che l’esperienza marcia dietro di lei e le darà sempre ragione»(2). Prendiamo ad esame quest’ultima frase: non è la congettura che segue l’esperienza, ma il contrario. In effetti nel processo di dimostrazione l’esperienza di qualsiasi calcolo o contatto con la materia serve a convalidare, tramite la sua ripetibilità, un’ipotesi astratta pre-formulata. L’intelligenza, per così dire, cristallizza la realtà fotografandola, delimitandola e al tempo stesso trasformandola in materia inerte. Dove si è lasciata la vita? Dove il “flusso” che rende vive le cose?
Vero è che la ricerca scientifica fornisce delle risposte che non possiamo ignorare, anzi bisognerebbe fidarsi di coloro che cercano con metodo, piuttosto che dei ciarlatani. Nonostante ciò, non possiamo ignorare che il metodo scientifico non è tutti i metodi e che non può ricercare sé stesso con sguardo autoreferenziale: deve entrare in dialogo. Come tutti i prodotti umani ha dei limiti, uno tra questi l’impossibilità di intuire a pieno il movimento; in ultima analisi ciò che rende le cose vive, complesse. Giunti a questo punto bisognerebbe chiedersi: come cogliere quindi da una sorgente lo zampillare, come estrarre da un cuore la pulsazione? Non è possibile cogliere senza fare altrettanta astrazione, ma intuire (intus legere ab interno) la vita delle cose sì. Anche nel corso degli interventi precedenti abbiamo calcato la mano sulla nozione di intuizione come forma di conoscenza d’insieme. Non abbiamo lo spazio, in questa sede, per discutere di un’idea antica e nuova quanto il pensiero; basti pensare solamente che la Sacra Scrittura, nella Tradizione legata a San Paolo, ce ne consegna una forma (importante per noi) che contempla in sé conoscenza attuale e tensione: «Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto»(3).


Gli stessi Magi, di cui nella Solennità dell’Epifania del Signore ci si ricorda, erano dei sapienti venuti da terre lontane. Di loro non si sa molto. Riconoscono il segno della stella e si mettono in cammino. Questo testimonia però che la sapienza di cui erano portatori era saggezza che sa scorgere nei movimenti della vita il centro di tutto. Questo “centro” è semplice perché di un bambino si tratta, ma è segno di contraddizione (4). Nel Piccolo trovano la vita stessa di Dio (oro e incenso), ma anche quella dell’uomo che si scopre finito nel finito (mirra)5. La conoscenza autentica sa tenere insieme i diversi aspetti del reale e non si rifugia esclusivamente nella spazialità dei solidi che come blocchi di mattoni si compongono uno dietro l’altro, ma sa cogliere la vita, il concreto vivente manifestantesi nel tempo irreversibile. Esso può diventare significativo e spingerci al viaggio.


1 Cfr. AGOSTINO DI IPPONA, De vera Religione liber unus, PL 34, 39 (72).
2 H. BERGSON, L’evoluzione creatrice, Milano, 2018, p. 5.
3 1Cor 13, 12
4 Cfr. Lc 2, 34
Facebooktwitterrssyoutubeinstagram