SANTI PIETRO E PAOLO: “SIMONE FIGLIO DI GIOVANNI, MI AMI PIU’ DI COSTORO?”

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Articolo di Francesco Leonardi, teologo

Se nelle precedenti riflessioni abbiamo evidenziato degli aspetti di ambito teoretico, la ricorrenza dei Santi Pietro e Paolo ci suggerisce di far riferimento al rapporto tra il clero e la restante parte del Popolo di Dio. In realtà non è solo una questione di ordine pratico, quanto piuttosto dell’interpretazione vissuta che del dato teologico la Chiesa fa. Non esistono questioni meramente pratiche, ma interpretazioni di eventi salvifici che tracciano la strada delle opzioni etiche, chiaramente non disgiunte.

Se di distinzione tra ambito teorico e pratico si può discutere, è possibile farlo esclusivamente per fini di comprensione, ma bisogna essere coscienti dell’impianto olistico di ciò che viviamo. La mancata chiarezza su questo punto ha portato alla nascita di discipline teologico- “pratiche”, il cui statuto epistemologico è viziato all’origine. Senza mettere in dubbio i risultati che sono stati ottenuti nel corso della storia di questi studi, forse bisognerebbe avere il coraggio di ammettere che il “passo indietro” della Teologia, spesso ripiegata su forme sterili, ha prodotto
l’esigenza di riempire tale vuoto creando ramificazioni dipendenti da essa solo nella dicitura.

Fatta questa parentesi, non cercheremo di fare la consueta discussione sulla clericalizzazione della Chiesa, ma cercheremo di compiere una brevissima disamina della possibile fecondità del rapporto tra coloro che nella Comunità esercitano un primato e la Comunità stessa. Vorrei prendere in esame un passo evangelico noto: «Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato»(1).

Questo testo, che segue la polemica di Gesù contro i detentori del potere religioso del tempo, apre ad una dimensione diversa di ciò che significa presiedere. La rivoluzione proposta sottrae all’assetto giuridico-organizzativo per spostarsi alla categoria del servizio. Questo, poi, è relativo al fatto che Dio solo possiede la dignità della signoria: l’equilibrio delle relazioni umane non si fonda più sulla dialettica servo-padrone (2), ma sull’uguaglianza dei figli di Dio. Non si tratta di una sorta di “calma piatta”, ma di una nuova fondazione dell’auto-coscienza. La possibilità di percezione di sé e del proprio immergersi nella realtà quotidiana risiede nell’immersione primordiale nell’Amore gratuito di Dio; in una parola, nel Battesimo. Tralasciando le implicazioni relative alla pratica sacramentale odierna, bisogna ribadire con forza l’unica appartenenza, determinata dall’Amore.

L’uomo appartiene sempre, nel bene o nel male, a coloro dai quali si sente custodito e aiutato a gestire il vuoto determinato dalla solitudine radicale che tutti accompagna. L’Amore di Dio, quindi, essendo per sua natura personale e circostanziato, è capace di stabilire i confini dell’auto-coscienza anche nelle forme diverse dei carismi. Diceva Newman, nella sua celebre preghiera, che la luce divina possiede l’attributo della gentilezza, della delicatezza (kindly) (3); essa si avvicina a coloro che la cercano senza forzare, non in modo coatto, ma definendo i passi con dolcezza nonostante spesso conduca “fuori” dalle sicurezze domestiche. La riscoperta di questo modus permetterebbe ai credenti di abbozzare una risposta alle domande: “Chi sono io? Che senso ha il mio credere oggi nel mondo plurale?”

Da qui la scelta di particolare consacrazione per la comunità e all’interno di essa trova un perché: la differenza-separazione che il clericus assume rispetto al resto è radicata nell’unico terreno del «Mi ami?»(4). Solo da questa domanda, che costringe ogni interlocutore a revisionare la propria identità nell’ottica dell’essere-per, scaturisce il carisma. In questo movimento dialettico di identità e differenza solo l’Amore può essere assunto come criterio unificatore. Il servizio che rende ultimi e poi primi è ragionevole solo a partire da questo; in altro modo rappresenterebbe un “vuoto a perdere”.

L’assetto giuridico deve servire anch’esso, in due sensi. Il primo senso di “servire” indica l’essere utile alla causa dell’Amore; il secondo significato indica che la potestas giuridica deve essere assoggettata alle sue esigenze. Oggi il diritto sembra rappresentare un’ancora di garanzia, rispetto alla mancanza d’opinione, che rasenta l’anarchia o addirittura la stupidità. È vero, ma non ci si può limitare a legiferare perché le Comunità (cristiane e non) acquisiscano credibilità. È necessario un cambio di rotta, una rivoluzione che solo l’Amore di Cristo rende possibile, come detto in precedenza. Quello di Dio è un Amore maturo, che rispetta, e per questo basta. (5)


1 Mt 23, 8-12
2 Vd G.W.F Hegel, Fenomenolgia dello Spirito, Milano, 2017, pp. 275-291.
3 Cfr. J.H.Newman, Lead kindly light, composta in Sicilia nel 1832.
4 Gv 21, 16
5 Cfr. Teresa D’Avila, Lettera a Suor Maria Battista, 2 Novembre 1576.

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