SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO: NEL CORPO LA VITA

Facebooktwitterpinterestmail

Tantum ergo Sacramentum

Articolo di Francesco Leonardi

Esserci-nel-corpo è una sfida quanto mai attuale. La corporeità che abitiamo è il punto di congiunzione tra la soggettività e il mondo circostante, eppure riuscire ad individuare una persona pienamente presente a sé stessa è difficile. Questo problema ha radici antichissime, basti pensare ad alcune interpretazioni filosofiche, modulate in occidente da visioni neo-platoniche, per giungere all’idea della divisione a compartimenti stagni tra l’idea della materia concreta e quella dello spirito pensante, capace di astrarre. Una divisione esiste solo nell’ottica della comprensione, infatti è vero che la mente è capace di librarsi su orizzonti ben diversi dalla materia, ma bisogna tener presente che quest’altezza raggiunta deve permettere uno sguardo d’insieme sul concreto vivente, non essere alienazione.

La caduta della metafisica classica, con le diverse dichiarazioni della “morte di Dio” in nome della fedeltà alla terra (1), deve la sua causa proprio a questo anelito contemplativo, forse troppo dimentico dei drammi e delle contraddizioni che la carne offre. Con questa considerazione sfondiamo una porta aperta, in quanto il problema è stato riformulato e teorizzato su campi e aspetti differenti, ma resta il fatto che non è stato eliminato. I problemi sociali del nostro tempo, infatti, evidenziano ciò. L’occidente (se ancora di esso si può parlare) è vittima dell’astrazione. Se ci facciamo caso le nostre vite oggi obbediscono a fredde congetture nelle quali non scorre sangue, ma solo tempo impersonale e denaro. Dalle scienze all’economia si procede per schemi che non si adattano alla complessa varietà dei desideri che ogni cuore porta con sé. Un caso emblematico è l’effetto collaterale dei vaccini.

Come tutti i Big-Pharma, i vaccini vengono testati su campionature più o meno grandi e raggiungono ottimi risultati, tant’è che vaccinarsi rappresenta infine una scelta etica, ma il campione non è il tutto. Si tratta sempre di un’operazione induttiva che pretende di estendere un limite proprio, al rango di universalmente valido. In una situazione di emergenza non ci si fa molto caso, è vero, ma bisognerebbe ripensare l’idea stessa degli studi scientifici, per porli in dialogo con orizzonti molto più vasti della ripetibilità (non sempre certa) del metodo sperimentale. I meccanismi  economici, d’altro canto, obbediscono a diagrammi basati sull’utile, tant’è che chi non è utile, quindi non produce, viene scartato e considerato un peso. Questa mentalità spesso prende il sopravvento anche nella Chiesa, dove lo stesso fine spirituale viene “mondanizzato” e ridotto ad uno schema di obbedienze cieche, che alla fine cova solo rancori e ipocrisie.

Nel corso della storia la fede è entrata in contrasto con il “mondo”, paradossalmente per difenderlo. Spesso si pensa che ciò che è “mondano” sia concreto, mentre la fede sia solo questione di angeli; invece è tutto il contrario. Se ci facciamo caso la mondanità è la vera astrazione; essa, con la parvenza della sicurezza (fosse anche per un “posto fisso”!) ha prodotto l’inseguimento affannoso alla ricerca di ciò che è solo proiezione: da qui l’ansia, il male del secolo. Essa è la causa e il risultato della fuga dal corpo: le mani diventano fredde, il petto si stringe, le emozioni  diventano turbine e si cade in uno stato extra-personale. Il Corpo di Cristo ci ricorda invece il calore delle mani che toccano, la pazienza di comunicazioni complesse che non mettono il “2X” alle note vocali, annullando la cadenza spesso fastidiosa, ma necessaria delle parole altrui. Cristo Gesù, presente a sé stesso col suo corpo, secondo la narrazione lucana, riuscì ad avvertire il tocco dell’emorroissa nonostante la folla(2).

Questa forte consapevolezza permise alla donna la guarigione, e non fu una potenza magica. La fede nel Risorto è una fede corporea, che mantiene le ferite della debolezza, ma che possono diventare strumento per amare meglio. Lungi dal fare sterile retorica, se anche la Teologia non ritorna al corpo, essa è destinata ad essere solo flatus vocis. Ciò non vuol dire che deve abbandonare la rigorosità del ragionamento in favore di una vicinanza dallo stile divulgativo, ma che anche il concetto più elevato dev’essere rivolto all’universale e allo stesso tempo essere fortemente personale, non freddo. Penso che questo sia il compito di qualsiasi disciplina rigorosa, che voglia mettersi in dialogo col presente del no-sense.

Per compiere poi questa saldatura è necessario padroneggiare lo strumento dell’intuizione con lo stupore di chi sa accogliere l’attimo dell’insight e l’accortezza di chi sa custodire tale dono. In una parola l’atteggiamento è quello evangelico del “semplici come le colombe e astuti come i serpenti”(3). Nella Solennità del Corpus Domini si evidenzia la pregnanza del Corpo Teandrico di Gesù Cristo. Per comprenderne la portata è necessaria la “luce” che da lui stesso deriva; per custodirne il centro è necessaria la preghiera come itinerario suscitato da Dio per trovare Dio. Se l’Eucaristia non introduce la Comunità e i singoli alla coscienza (consapevolezza) della concretezza materiale della realtà, essa diventa mero culto, niente di più di un idolo o di un amuleto.

Se, invece, è com-unione con il Corpo Vivo di Cristo l’uomo può rialzare la testa e uscire a «riveder le stelle» (4) e il moto; in una parola: la Vita.


1 Cfr. F. Nietzsche, La Gaia Scienza, Milano, 1977, p. 129.
2 Cfr. Lc 8, 43-48
3 Cfr. Mt 10, 16
4 Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno XXXIV, v. 139.

Facebooktwitterrssyoutubeinstagram