SOLENNITA’ DELL’ ASCENSIONE DEL SIGNORE. “IO SONO CON VOI TUTTI I GIORNI”

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Rivelazione e umanesimo

Articolo di Francesco Leonardi, teologo

Dopo l’inizio di ogni cammino, contrassegnato dallo stupore, giunge il momento nel quale bisogna dar fondo alle proprie forze per rimanervi fedeli nell’ordinarietà di ogni passo. Questa ricerca di energia è il minimo indispensabile per permettere allo stesso movimento di risucchiarci in esso e di compiere ciò che gli è proprio. Nella vita del cristiano l’evento salvifico si realizza attraverso un incontro che porta a compimento il tempo stesso della persona; questa assume la certezza salda che la propria vita è con Cristo, quindi liberata e posta al sicuro. Questa sicurezza, tuttavia, non fluttua alienata attorno al tempo della storia, che continua a scorrere tra miserie e contraddizioni. Anzi, se la certezza non si “temporalizza” diventa il rifugio asfittico per affettività frustrate e vocazioni all’amore mancate.

La peculiarità del cristianesimo si manifesta giusto nel fatto che l’evento messianico ha rivestito il tempo del suo carattere definitivo, ma non per questo l’ha annullato. La Rivelazione presenta chiaramente il carattere della discontinuità rispetto al susseguirsi dei fatti degli uomini, se così non fosse non esisterebbe la croce e la sua buona dose di scandalo, ma rimane vero che l’intervento divino dischiude il senso ultimo del tempo e la sua origine. Anche i miracoli, indici della trascendenza per antonomasia, che la Scrittura narra sono il segno che il Regno, con la sua connotazione di pienezza compiuta, è tra noi (1), ma che allo stesso tempo è venturo, ecco perché si rende necessaria la conversione (2).

Franz Rosenzweig, ne “La stella della redenzione” scriveva: «non vi è nulla di nuovo nel miracolo della rivelazione, non vi è intervento magico sulla creazione già creata, ma esso è integralmente segno, è, del tutto, un render visibile e un divenire esplicito e sonoro della provvidenza celata fin dall’origine nella muta notte della creazione, è totalmente rivelazione» (3). Tale esplicitazione ci dice due cose: a livello teorico è possibile l’incontro tra Teologia e cultura; a livello pratico la mediazione Cristica permette di abitare il proprio tempo in pienezza, assaporandone il centro propulsore, costituito dall’abbraccio tra finitudine e trascendenza assoluta.

La Scrittura ci narra, nel libro degli Atti, che i discepoli dopo aver vissuto l’Ascensione del Signore continuavano a guardare il cielo, forse stupiti dal turbine di eventi che nei giorni precedenti li aveva travolti, forse impietriti dalla distanza creatasi tra loro e il Maestro che avevano seguito, tant’è che gli angeli dovettero distoglierli: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo» (4). Sulla promessa del suo ritorno gli uomini semplici di Galilea diventano i testimoni principali dell’evento che ha interrotto la storia, ma che ha permesso, proprio da questa frattura, di far fuoriuscire il senso (direzione) ultimo della stessa. Anche le piaghe che il Risorto mantiene sul suo corpo sono il segno di questo squarcio sanato.

Nel corso della Storia della Teologia molte sono state le posizioni prese riguardo al proprium della fede e alla possibilità della presenza di questa nel mondo. Basti pensare, ad esempio, in ambito pratico, alla scelta della fuga mundi operata da molti credenti che hanno abbracciato la vita monastica. Certo, pensare di orientarsi a Dio sull’idea dell’assoluta diversità e frizione col tempo storico, come suggeriva Karl Barth, è possibile e rende ragione al dato della gratuità dell’azione divina, tuttavia, comunque la si veda, non si può non ammettere che il “punto di tangenza” tra le due realtà è molto più di un semplice dato incommensurabile; è più un “nodo” che resta uno, mantiene la differenza dei due “lacci”, ma li salda. In quest’ottica è possibile cercare l’incontro tra Teologia e cultura a cui facevamo cenno.

Oggi, purtroppo, gli schemi caldi della disciplina Teologica difficilmente incontrano le trame roventi di un mondo in cui anche il senso classico di “cultura” è smarrito. Anche se si discute con merito di “nuovo umanesimo” nel linguaggio ecclesiale, lo si fa non solo attraverso modelli obsoleti, ma con la paura di entrare nell’instabilità della materia vivente. Per questo motivo è quanto mai necessario ripensare le istituzioni. Non si tratta del semplice stare al passo coi tempi, quanto della chiamata ad una maggiore fedeltà. Le strutture comunemente intese tendono sempre alla propria auto-conservazione, ma la Comunità cristiana può permettersi di rifugiarsi dietro uno schema chiuso? Quali siano le attuazioni pratiche di questo discorso bisogna scoprirlo. Per questo non ci resta che metterci in ascolto dello Spirito atteso: «io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto». (5)


1 Cfr. Lc 17, 21b
2 Cfr. Mc 1, 14
3 F. ROSENZWEIG, La stella della redenzione, Milano, 2016, p. 113.
4 At 1, 11
5 Lc 24, 49

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