PASQUA: QUESTO E’ IL GIORNO CHE HA FATTO IL SIGNORE

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Luce che accoglie il desiderio

articolo di Francesco Leonardi, teologo

«Auróra lucis rútilat, caelum resúltat láudibus (L’aurora brilla di luce, il cielo esprime le lodi)»(1). Con queste e con molte altre parole la liturgia della Chiesa esprime il mistero che celebra nel giorno di Pasqua. Il tema della luce ivi espresso ci ricorda, in primo luogo, che la gioia derivante dall’Evento è connessa all’esperienza estetica, seppur trascendente; in secondo luogo che questa mette in risalto i tratti del mondo circostante permettendoci di coglierne la bellezza. Cercheremo di sviluppare, seppur brevemente, questi due aspetti.
La Risurrezione di Cristo ci ricorda che il cristianesimo è esperienza estetica. Non solamente perché i fenomeni sensoriali possono essere messi in analogia con la trascendenza, ma perché la Rivelazione ci suggerisce un dato sconvolgente: attraverso i sensi è possibile cogliere, non solo la presenza di Dio, ma anche il suo agire. Nel corso dei secoli il tema estetico è stato affrontato in modo controverso.

Tra accettazione e sospetti la questione è stata molto dibattuta, spesso col risultato della relega dei sensi alla zona d’ombra dell’incontrollabile. Come accade nella maggior parte dei casi la verità sta nel mezzo: se, da un lato i sensi rappresentano una conquista in termini di approccio alla realtà, dall’altro non ci si può attaccare ad essi in modo geloso, perché ciò equivarrebbe a tradire lo stesso margine di eccedenza che gli stessi fenomeni suggeriscono. In poche parole, se pensassimo che quella che percepiamo sia tutta la realtà, potremmo essere associati a chi pensa di avere sempre ragione e considera il suo punto di vista assoluto, mentre si tratta di un solo punto di vista. Ciò che vediamo è sempre poco e la luce, quando è vera, scopre con chiarezza lo iato che ci separa dalla sua fonte: «O luce somma e inaccessibile, o verità totale e beata, quanto sei lontana da me, che ti sono così vicino! Quanto sei remota dal mio sguardo, mentre io sono così presente al tuo! Tu sei dovunque tutta presente, ma io non ti vedo. In te mi muovo e in te sono, ma non posso accedere a te. Tu sei dentro di me e intorno a me, ma io non ti sento»(2).

Le parole di Sant’Anselmo appena citate ci ricordano quanto abbiamo detto; ma allora com’è che i sensi ci permettono di essere accostati da Dio, se questi non è pienamente oggettivabile? La risposta, o meglio l’ulteriore domanda, sta nel fatto che se la luce è inaccessibile allo sguardo noi siamo presenti a lei, perché questa luce non è astratta, ma persona concreta. Man mano che la luce delinea i tratti della sua fonte, forse abbassandone l’intensità per permettere al nostro cuore di percepirla, scorgiamo i tratti della nostra stessa umanità; Dante a tal proposito scrive nella Commedia, alla vista di Dio: «Quella circulazion che sì concetta/ pareva in te come lume reflesso,/ da li occhi miei alquanto circunspetta,/ dentro da sé, del suo colore stesso,/ mi parve pinta de la nostra effige: / per che ‘l mio viso in lei tutto era messo»(3.) Questa umanità della luce ci suggerisce, forse, che coglierne la portata non equivale ad alzare lo sguardo per contemplare i cieli, ma il “riveder le stelle” è un invito a chinarlo sulla piccolezza del mondo che ci circonda, sulla sua povertà che arde di desiderio. Da qui nasce non solo il discorso dell’umiltà spirituale, ma anche quello della progettualità politica dei credenti e delle Comunità cristiane. La Risurrezione di Cristo ci invita a fare «nuove tutte le cose»(4); le «cose» sono quelle che tocchiamo, che desideriamo, le persone per le quali bruciamo d’amore. Questo è la Bellezza. Da qui ci muoviamo nell’orbita del quarto trascendentale. Come abbiamo già ricordato nelle riflessioni precedenti, i pensatori medievali attribuivano all’Essere sommo, a Dio, le forme o attributi trascendentali di “Uno, Vero, Buono (e Bello)”. Il tema della Bellezza è stato sempre un po’ traballante, tra parentesi e di grado diverso, perché ribadirlo nelle attribuzioni divine vuol dire fornire un certo status al desiderio soggettivo dell’uomo e a quello di Dio stesso. Capiamo bene come l’evoluzione culturale dell’occidente oggi richiami in causa questo tema e lo adduca alle caratteristiche fondamentali delle direzioni da seguire. Resta il fatto, però, che nonostante la bellezza sia un fatto soggettivo, ha bisogno di essere accolta in profondità per rimanere tale ed essere scoperta come “collante” della compagine uomo-mondo. Per Kant la «bellezza è la forma della finalità di un oggetto, in quanto questa vi è percepita senza la rappresentazione di uno scopo»(5). Una cosa veramente bella, dunque, è tale perché ha un fine, ma non uno scopo immediato. Le cose belle si riconoscono perché non sono sottomesse alla caducità del momento, ma indicano una direzione precisa verso la
scoperta, non solo dell’oggetto conosciuto, ma di sé stessi. Ecco perché l’uomo, attraverso il bello, scopre di essere parte di un disegno più grande che, ribadiamo, non è idea astratta e deterministica, ma una persona che brucia sé stessa per riscaldare l’amato e dare vita nuova ad entrambi6, perciò è libera. Troppo debole? Troppo fluido? Forse. Ma ci chiediamo: da dove dovremmo partire per trovare solidità se non dalla Comunità disgregata e a porte chiuse, che ritrova solidità solo dal «Pace a voi»(7) del Vivente? L’interrogativo ci introduce ad un’altra questione ancor più pregnante: noi, io che scrivo, voi che pazientemente leggete, ci crediamo che lui è vivo oggi?


1 Liturgia delle Ore, Inno Lodi mattutine, Giorno di Pasqua.
2 Anselmo d’Aosta, Proslogion. Testo latino a fronte, Milano, 2017, p.341.
3 Dante Alighieri, Divina Commedia, Canto XXXIII, vv. 127-132.
4 Ap 21, 5
5 I.Kant, Critica del giudizio, Milano, 2017, p. 61.
6 Cfr. F. Faros, La natura dell’eros, Bergamo-Schio, 1993, p. 112.
7 Gv 20, 19

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