La festa della Madonna del Rosario nella città di Acireale

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La festa della Madonna del Rosario si svolge nella città di Acireale, oltre il 7 ottobre, la prima domenica di Maggio, ricorrenza del voto della città per la liberazione dalla peste del 1743, e quest’anno, domenica 3 maggio, ricorre il 277° anniversario.

A causa dell’emergenza pandemica Covid-19 in corso, la ricorrenza assume un significato particolare. Il rettore don Marcello Pulvirenti della chiesa di San Domenico in Acireale, dove si venera Maria sotto il titolo di vergine SS.ma del Rosario, non farà mancare ai fedeli la vicinanza della Madre celeste attraverso vari appuntamenti, nei quali saranno presenti  il vescovo mons. Antonino Raspanti e le autorità cittadine.

Scarica il programma – Programma Madonna del Rosario 2020

Scarica ADORAZIONE EUCARISTICA – 8 maggio 2020

STORIA DELLA SUPPLICA

 


Piccola storia di Jaci – La peste di Messina, 1743  (https://www.fancityacireale.it/wordpress2/piccola-storia-di-jaci-la-peste-di-messina-1743/)

Nel marzo del 1743 una nave da carico genovese attraccava nel porto di Messina, le autorità sanitarie rinvenivano un cadavere con strani segni, malgrado le rassicurazioni del comandante della nave, l’equipaggio veniva posto subito in quarantena. Le misure intraprese non impedirono un rapido sviluppo del contagio nella città. Nessuno più usciva da casa, molte abitazioni furono bruciate , i cadaveri giacevano insepolti per strada e molti bambini colpiti dall’infezione furono abbandonati dalle famiglie. La peste restò confinata in città e i malati ricoverati nel Lazzaretto di San Ranieri, i morti furono tanti.

Il Vigo sulla peste scriveva: “Quando nel 1743, la peste devastò Messina, Aci – Reale fu salva dal contagio, ma aveva dolentissimo il cuore per il danno di quella celebre e generosa città. Aci e Messina si sono sempre amate, e i cittadini come fratelli si festeggiano; però, come con Catania nel 1669, così nel 1743 praticò con Messina: barche annonarie cariche di ogni sorta di vitto, e più farine e frutta continuo spedì alla città sorella: i messinesi con gratitudine accoglievano il dono, e in ogni caso infausto di Aci, come vedremo ne hanno serbato memoria.

Le cronache acesi di Giuseppe Di Mauro Riggio raccontano dell’intervento miracoloso della Beata Vergine del Rosario venerata nella chiesa di San Domenico e delle azioni spirituali condotte dal Padre domenicano Gaetano Valerio che ammoniva del pericolo di contagio. La popolazione acese era preoccupata per la possibilità di contagio dovuta anche all’arrivo di diversi messinesi in fuga. Gli unici rimedioi per arginare l’epidemia rimanevano i cordoni sanitari e l’isolamento dei casi sospetti.

Nel maggio del 1743 le cronache dei PP. Camilliani recitano: ” Accadde in detto tempo, nel mentre infieriva il contagio nella città di Messina, in Aci, nel quartiere dei Suffragio serpeggiava un non meglio identificato morbo epidemico…” Gia da alcuni anni il nobile Don Pietro Barrabini destinava parte del suo patrimonio per l’istituzione di una comunità dei Padri Camilliani in Aci Reale. Nel 1743 la comunità camilliana era ancora incompleta e allo stesso tempo arrivava in città il Padre Cara a sostituire il Padre Olivieri. Il Padre Carrà senza esitazioni si recava nel vicino quartiere per renderi conto della situazione “Si propose il padre Cara, in questa congiuntura, di farvi risplendere l’eccellenza della carità del nostro istituto.”

 

I medici erano incerti sulla natura del morbo, non capivano se si trattava di peste o generiche febbri esantematiche. Il Padre dotato di nozioni mediche ” andava perciò spesso a visitare li detti poveri infermi di notte e di giorno e rendeva informati i medici delle qualità delle febbri, delle mutazioni febbri e d’ogni altro accidente occorreva, procurando in tal maniera giovarli ne’ luoghi della corporale salute” e “esortavali con più fervore alla pazienza ed uniformità al divino volere, assistendoli fino alla fine delle loro agonie.” Ad allentare la tensione arrivava la buona notizia che il sospetto di focolai nel quartiere dei “morti” non si trattava di peste ma “affezioni maligne”. I Reverendi PP. Crociferi avevano avuto la possibiltà di dimostrare alla cittadinanza il loro valore unendo alle prestazioni sanitarie i conforti spirituali. La loro presenza al capezzale dei moribondi era rassicurante e rendeva meno penoso il distacco dalla vita mostrando ad essi “il mite e festevole volto del Signore”

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