Giovedì Santo, Messa crismale – Omelia del Vescovo A. Raspanti

Facebooktwitterpinterestmail

Omelia Santa Messa crismale – Giovedì santo  – 19 aprile 2019 – S.E.R. Mons. Antonino Raspanti

Clicca qui e scarica il testo dell’omelia

Carissimi fedeli,

oggi celebriamo l’unzione di Gesù Figlio di Dio incarnato. La sua umanità è l’effetto di questa unzione, cioè dello Spirito Santo con il quale il Padre ha investito e inviato il Figlio prediletto. La vita cristiana, segnata dai sacramenti, è il primo risultato manifesto della comune esistenza che Gesù risorto conduce con le sue creature. Il modello e il riferimento della vita cristiana,in ogni missione che è chiamata a svolgere, rimane pertanto la vita terrena di Gesù, alla quale lo Spirito Santo riconduce sempre la nostra esistenza, in modo che essa assuma sempre più un ritmo cristico. Lo svilupparsi degli eventi quotidiani condotti dallo Spirito, di certo ben diversi oggi da quelli dei tempi di Gesù in Palestina, si svolgono su una identica drammatica cosmica per Gesù come per noi: dal riceversi come dono gratuito e indisponibile fino al riconsegnarsi libero al Padre, attraversando la fredda e oscura valle del peccato e della prova.

In modo speciale a noi, ministri ordinati, la vita pubblica del Signore ispira continuamente lo slancio dell’annuncio del Vangelo e ne detta le linee da seguire. “Dimorerò presso di voi” aveva promesso nei libri antichi, e “camminerò in mezzo a voi”. Cristo andava per città e villaggi portando immutabilmente in sé il suo tesoro ed elargendolo a tutti, benché con quella sapienza discreta che accompagna l’opera divina. La manifestazione e l’offerta di questo tesoro, che è la sua divinità, costituisce il sostrato stesso della vita pubblica del Salvatore. «Era come la processione del Santo Sacramento che sarebbe durata tre anni, dice mons. Charles Gay. Solamente, qui non c’era che una realtà velata. Dovunque fosse il segno, là era indissolubilmente la realtà significata. Dove camminava Gesù, Dio camminava; dove si fermava, Dio si fermava; ciò che diceva o faceva, Dio lo diceva e lo faceva. Lungi dall’ostacolare qualcosa, questo velo umano rendeva perfettamente possibile ogni elargizione terrena della divinità; come il velo eucaristico che copre contemporaneamente l’uomo e Dio, rende possibile per noi la manducazione della loro doppia sostanza».

Il Concilio Vaticano II ha ribadito che oggi come ieri la Chiesa è questa realtà sacramentale che contiene e significa Gesù per le strade del mondo e il clero è in special modo questa presenza, latrice delle grazie celesti presso il popolo. Il nostro ministero non è altro da quello di Gesù; abbiamo perciò l’obbligo, contratto con le promesse sacerdotali che fra poco rinnoveremo, di disporre l’animo, la mente e il corpo alla grazia ministeriale ed essenziale che ci abilita a essere presenza di Gesù risorto.

Già in lui, nondimeno, la vita pubblica era nella vita nascosta di Nazareth; nell’annuncio del Regno egli portò in sé la grazia, gli stati e la sostanza del suo lungo ritiro in Galilea. Nei suoi percorsi e in tutte le opere apostoliche, Gesù, nelle profondità del suo essere, dimorava in solitudine col Padre e in stretta unione con Maria, nella quale egli vedeva e santificava la Chiesa. Ciò che donava all’esterno non diminuiva per niente la parte del suo stato interiore, e niente lo distraeva dalla cura di mantenerlo.

Questa vita nascosta è dunque la forma più comune di vita dei suoi discepoli, alla quale noi sacerdoti attingiamo se vogliamo affondare nelle radici del ministero. Nazareth, in effetti, è la tipologia consacrata di ciò che chiamiamo la nostra vita ordinaria e, per così dire, il luogo comune dell’esistenza. Seguiamo sommariamente la disamina che ne fa mons. Gay, questo vescovo francese dell’800, spinti così a comparare la nostra vita quotidiana con quella di Gesù.

Nazareth, prima di tutto, è la vita separata dal mondo: non proprio dagli uomini; perché nell’umile città che abita Gesù non vive senza relazioni, ma vive separato dalle abitudini, dai costumi e dallo spirito del mondo. Tra lui e il mondo vi è già la Croce: la Croce di cui parla san Paolo, dicendo: “Il mondo mi ha crocifisso e io sono crocifisso al mondo”; questa Croce che sola d’altronde ha il segreto e la virtù di operare tra noi e il male le separazioni decisive. Il divorzio col mondo è l’essenza dello spirito cristiano.

Nazareth è l’umiltà! Quale abisso per un Dio la stanza della Vergine, il povero laboratorio dell’operaio Giuseppe, le abitudini forzatamente popolari, le confusioni e le delusioni dei poveri che dipendono per stato dalla volontà e talvolta dal capriccio dei ricchi, le frequenti privazioni, il regime grossolano, la completa oscurità.

Nazareth, è ancora il silenzio. Il mondo è chiacchierone e rumoroso. Tutto ciò che è vuoto è sonoro. Il mondo è vuoto; il suo spirito è vanità, apparenza, menzogna, frivolezza, spesso è il nulla. Da lì la molteplicità e l’incredibile tumulto delle parole che vanno in tutte le direzioni, e spesso si contraddicono. I cristiani nascono dal Verbo, ma da un Verbo che l’orecchio dell’uomo non ode; dal Verbo spirituale che nasce solo dal silenzio. Poiché l’evangelizzazione degli uomini ad opera di Cristo è uscita da questo silenzio, è nel mistero di Nazareth che noi ministridobbiamo venire ad attingere i nostri discorsi.

Nazareth è dunque la preghiera; il silenzio è come lo spazio nel quale l’orazione si muove, simile a un esercito di luci guidato dal sole. O quale santuario! Nazareth è il mistero di ogni anima interiore. Persino quelle che non vi si trovano, vi attingeranno se non altro la pietà.

Cos’è ancora Nazareth? Il lavoro: un lavoro assiduo, talvolta faticoso, sempre coraggioso, sempre paziente: lavoro santo, ma allo stesso tempo lavoro semplice; lavoro anche penitente e, di conseguenza, lavoro umile, umiliato e umiliante.

Nazareth è soprattutto un luogo di obbedienza: “Egli era loro sottomesso”. Gesù sottomesso a due povere creature! L’uomo si è innalzato nel suo orgoglio e ha voluto dominare Dio; Dio è disceso nella sua umiltà e si è sottomesso al potere dell’uomo. Stasera sentiremo: “Io vi ho dato l’esempio affinché voi facciate come io ho fatto”. Il cristianesimo non è che un mistero e una dottrina di obbedienza. Nazareth è dunque, a questo titolo, la grande scuola cristiana. La dolce obbedienza che vi si pratica conduce direttamente all’obbedienza più dura del Calvario, quella che san Paolo chiama “l’obbedienza fino alla morte e fino alla morte in croce”. Il Calvario è il frutto; Nazareth, la radice e lo stelo.

Ancora un ultimo pensiero, tratto dalle elevazioni di mons. Gay, sulla gioia come stato principale dell’anima di Cristo, perché in questo punto la contemplazione dei maestri spirituali cerca di raggiungere il cuore dell’esperienza terrena di Gesù, sulla quale per noi è tanto necessario tornare a meditare. La gioia occupa l’anima e il fondo stesso del suo stato di Dio incarnato. È il sostegno di tutto il resto dei suoi stati umani, e ne è anche la conclusione. Lo stesso dolore, che nel mistero di Cristo ha una parte così considerevole da sembrare infinito agli occhi che non sono quelli di Dio, il dolore si è messo al servizio della gioia. Da questi aspetti è nata la visione beatifica di Dio, di cui Gesù gioisce sempre, rendendo incomparabilmente più vivo il dolore che gli causa l’offesa fatta dal genere umano a questo Dio, degno di ogni amore. La gioia è il riposo e l’aprirsi dell’essere nella verità, nell’amore e nell’armonia. Tale è lo stato di Dio, il suo stato essenziale. Tale è anche lo stato originale e definitivo di tutte le creature. A questo stato in cui visse l’umanità di Gesù partecipiamo noi cristiani e, come ministri, lo annunciamo, lo trasmettiamo efficacemente nei sacramenti, lo testimoniamo nella vita.

Come è consuetudine, rivolgiamo la nostra attenzione di preghiera fraterna al calendario sacerdotale. Compiono

50° di sacerdozio

  1. Saverio Mingoia canossiano(1969 – 21 giugno – 2019)

25° di sacerdozio

  1. Mauro Pozzi Ricostruttore nella Preghiera (1994 – 18 giugno – 2019)

Mons. Giovanni Mammino (1994 – 15 settembre – 2019)

Don Alfio Sauta(1994 – 15 settembre – 2019)

Ci hanno lasciato

Mons. Vincenzo Lanzafame  –17 luglio 2018

  1. Cherubino Fallettaagostiniano18 luglio 2018

Don Alfio Maccarrone – 7 novembre 2018

  1. Alfio Cantarella dell’Oratorio8 febbraio 2019

Celebrano per la prima volta

Don Andrea Grasso – 18 settembre 2018

Don Alfredo Coco – 18 ottobre 2018

Don Orazio Sciacca – 29 ottobre 2018

Don Alfio Licciardello – 5 novembre 2018

A questi confratelli e a tutti voi, carissimi presbiteri, rivolgo il mio più caloroso augurio pasquale, non dimenticando alcuni di noi che sono nella sofferenza. Gesù risorto ricolmi di gioia il nostro cuore.

Facebooktwitterrssyoutubeinstagram