Don Vittorio Rocca: “I Giovani, frecce dell’arco di Dio inviate per vivere la gioia della fede”

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Un domenicano del XIII secolo, Ugo di San Caro, ha detto che “prima l’arco si piega nello studio e poi la freccia viene scoccata nella predicazione”. Le nostre parole, anche le nostre affermazioni di fede, sono come le frecce di un arco. L’unico scopo delle frecce è venire puntate sul bersaglio e poi scoccate contro lo stesso. Se l’arciere si limita ad andare in giro con una freccia nell’arco, ma non tende la corda e non la lascia andare, allora la freccia è priva di scopo. E lo stesso vale per le nostre affermazioni di fede. Hanno senso solo se vengono scagliate, per così dire, nella direzione del Dio che è oltre ogni concetto.

Per esempio, possiamo dire “Dio è amore”. Ma l’affermazione non avrà senso per un cristiano, se non nel contesto di una comunità, che pur sbagliando di continuo, davvero ama. Se diciamo che Gesù è risuscitato dai morti, ma non c’è nessun segno di questa risurrezione nelle nostre vite, allora possiamo parlare di risurrezione anche ogni giorno, ma le nostre parole non significheranno nulla.

Spesso ci lamentiamo della grande ignoranza dei giovani riguardo al cristianesimo. Ci sarà un sinodo dei vescovi col papa su questo tema. Ma perderanno il loro tempo nel produrre ulteriori documenti, se contemporaneamente non si sforzassero, non ci sforzassimo, di rendere la Chiesa un luogo in cui libertà, coraggio, gioia e speranza siano evidenti.

Sant’Antonio di Padova, nel XIII secolo, si lamentava che la Chiesa del suo tempo fosse “gonfia di parole”. Le cose non sono poi cambiate di molto! Continuiamo a produrre una gran quantità di parole, di documenti, di prediche lunghe e più o meno noiose, ma fino a quando le persone non coglieranno un barlume di libertà nelle nostre vite, allora le nostre parole continueranno a stravolgere la predicazione del Vangelo.

A dirci che le relazioni tra i giovani e l’universo della Chiesa cattolica le cose non procedano proprio tanto bene, non servono più neppure le indagini sociologiche. Si tratta di un dato di fatto ormai sotto gli occhi di tutti: c’è un pezzo di Chiesa che manca, come dice don Armando Matteo. Manca la domenica, manca negli itinerari dei gruppi, manca nei seminari, nei noviziati, nei luoghi del discernimento pastorale; manca quasi ovunque si abbia a che fare con l’annuncio, la celebrazione e la pratica della fede nel Vangelo.

I giovani stanno imparando a vivere senza Dio e senza Chiesa. Di questo si deve prendere atto con molta pazienza ma anche senza risentimento e senza scoramento.

1) La prima cosa di cui prendere atto è il cosiddetto “salto generazionale”: il fatto cioè che coloro che sono nati dopo il 1981 rappresentano la fascia di popolazione più “lontana” dalla Chiesa. La cosa che colpisce è lo stacco che cresce negli ultimi anni in modo progressivo tra la generazione dei Millennials e quelle precedenti.

2) Il secondo elemento è che nelle nuove generazioni i mutamenti più evidenti sono sulla linea femminile. Per dirla con una battuta, il fatto è che piccole atee crescono! Questo è un grande inedito per il nostro cattolicesimo.

3) Provando ad andare più in profondità, troviamo che nei nostri ragazzi e nei nostri giovani la religione non incide quasi per nulla sul processo di creazione della propria identità adulta, pur avendo per lunghi anni frequentato la parrocchia, gli oratori, le associazioni, i movimenti e l’insegnamento di religione a scuola.

4) In molti resta una sete di spiritualità, ma molto spesso ha un carattere molto centrato su di sé; va nella direzione di una sorta di benessere e sostegno psicologico che non in quella dell’apertura all’alterità. In ogni caso, tale ricerca di spiritualità resta, nella stragrande maggioranza dei casi, più un desiderio che non un impegno effettivo e concreto.

5) Molti giovani sostengono che oggi sia diventato più difficile credere che nel passato e che pertanto le molteplici opzioni al riguardo – dalla non credenza all’impegno convinto e assiduo nella vita della Chiesa – abbiano ciascuna una propria validità.

Siamo – in definitiva – sostanzialmente di fronte a una radicalizzazione delle difficoltà del rapporto tra la religione cattolica e il mondo giovanile. Cresce, anche in Italia, anche nella nostra diocesi, quell’ateismo giovanile di cui parla il documento preparatorio al prossimo Sinodo: l’ateismo di chi impara a vivere senza Dio e senza la Chiesa; ma comunque i giovani non stanno fermi: si muovono, cercano qualcosa, hanno domande. Sono in ricerca di senso.

Questa situazione di oggettiva crisi di fede del e nel mondo giovanile non è però da addebitare esclusivamente a questa generazione, ma alla generazione degli adulti che li hanno generati. Siamo al termine di una lunga crisi di fede. Si tratta in verità di riconoscere che i dinamismi fondamentali della cinghia di trasmissione della fede, tra le generazioni, si sono inceppati.

Gli adulti di riferimento di questi ragazzi di oggi hanno certamente chiesto per loro i sacramenti della fede, ma senza alcuna fede nei sacramenti; li hanno portato in chiesa, ma non hanno loro portato la Chiesa; hanno insistito che essi dicessero le preghiere e leggessero il Vangelo, ma non hanno mai pregato insieme e letto insieme il Vangelo; hanno pure favorito l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche e private, ma hanno alla fine ridotto la religione ad una questione della scuola, oltre che della parrocchia. È mancata una testimonianza sul vivo di cosa significa “essere adulto che crede”.

Il Convegno che abbiamo proposto ha affrontato il tema dei giovani – alla luce dell’imminente Sinodo – come una risorsa preziosa, e non come un problema, per la Chiesa e per il mondo. Da qui il titolo suggestivo e provocatorio: accogliere i giovani come frecce che Dio ci invia per poter vivere insieme la gioia della fede.

Il ricordo del martirio con le frecce del giovane san Sebastiano ha richiamato inoltre la nostra devozione, che ha bisogno costantemente di trovare un significato attuale.

Le relazioni del Convegno sono state tenute da don Luigi Verdi, che è il responsabile della Fraternità di Romena (Ar). La pieve di Romena, che era sporadicamente visitata da qualche gruppo di turisti e utilizzata dai pochi parrocchiani, da 27 anni è divenuta un luogo d’incontro per migliaia di viandanti in cammino verso una qualità di vita più autentica e verso un tessuto diverso di relazioni (per chi vuol conoscere questa bella realtà: www.romena.it).Don Luigi si accosta alle persone con una sensibilità ed un tatto incredibilmente umano. Lo abbiamo già conosciuto ed apprezzato durante il Convegno dello scorso anno. L’esperienza e la storia di ciascuno sono il punto di partenza di un cammino che conduce alla luce della fede e quindi al discernimento vocazionale.

Al caro don Gigi, abbiamo chiesto: come aiutare i ragazzi ad incontrare il Dio e la Chiesa di Gesù, senza poter fare più troppo affidamento alle dinamiche familiari e a quelle della socialità diffusa?

Nelle due serate del Convegno (ma anche nell’incontro tenuto al clero la mattina del 20 giugno a Linguaglossa) don Gigi non ci ha risposto con delle “ricette”, ma piuttosto ci ha detto di “abitare le domande”, di farci compagni di strada di tanti viandanti di questo tempo, spesso scossi da gravi crisi legate a ferite umane e affettive, senza la presunzione di chi ha capito già tutto. E farlo con la consapevolezza di chi ha trovato nelle parole del Vangelo la forza e la gioia sofferta di rimettersi in cammino. Innamorandoci della realtà. Senza scappare dalla realtà. La nostra. L’unica che ci tocca da vivere.

L’incontro che si deve favorire è quello umanissimo nel quale sia gratuitamente possibile entrare in relazione con Gesù attraverso la fede e la testimonianza di chi cammina accanto. Non dunque l’incontro con una dottrina, tanto meno con una grande idea o con una morale, ma con una realtà viva che intrighi, che sia portatrice di senso e promessa di vita piena.

Con parole forti, ma dolci e calde, don Gigi ci ha trasmesso lo stupore dello scoprire come la luce del Risorto sia qui, nei luoghi del nostro quotidiano, dove la vita scorre, nel cuore di ogni nostro giorno. E ci ha spinto a toccarla, questa vita, a sentirla scorrere in noi, a guardarla negli occhi anche quando siamo stanchi e affaticati, anche quando le tempeste sembrano travolgerci. Essere frecce dell’arco di Dio significa quindi, per il fondatore della Comunità di Romena, restare aderenti alla vita, non chiudersi nei “luoghi sacri” ma correre dietro al profumo, alle orme, all’infaticabile cammino di Dio.

Seguire Gesù, uomo libero, come veri discepoli, senza mettere condizioni, senza sapere, oggi, se i nostri gesti di attenzione e cura sbocceranno domani. Ma saremo davvero frecce – come quei cinque ciottoli di fiume che hanno permesso al giovane Davide di sconfiggere Golia (la modernità che uccide tutto e tutti) – se diventeremo capaci di libertà, perdono, forza nella debolezza, gioia, coraggio.

Infine, a conclusione, don Gigi ci ha lasciato una consegna: diventare “monaci nella città”. “Monaco” non vuol dire isolato, vuol dire unificato, avere una disciplina interiore. Ogni giorno, non ogni tanto ma ogni giorno, dedicarsi a se stessi. Quello che serve è ogni giorno. Mezz’ora di silenzio, mezz’ora di letture, mezz’ora di cammino. Questa disciplina serve a unire quello che è diviso. La nostra vita frenetica ha separato la mente dal corpo e dall’anima, il ritmo della mente da quello del corpo, allora l’unica possibilità di salvezza è che ogni giorno – non una volta ogni tanto – uno scelga di riservarsi un po’ di tempo per la mente, un po’ di tempo per il corpo e un po’ di tempo per l’anima. Questa disciplina interiore non è un’imposizione, ma una fatica che apre alla bellezza!

don Vittorio Rocca

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